Con
Bowling a Columbine Michael Moore torna al piglio critico e
spregiudicato di
Roger and me, il documentario del 1989 nel quale aveva
raccontato con disarmante ironia la tragedia della disoccupazione nella
sua città natale, Flint, Michigan, dopo la chiusura degli stabilimenti
locali dell’industria automobilistica. Stavolta il bersaglio è ben più
ambizioso.
Partendo da una filiale della North American Bank, che ha la brillante
idea di regalare ai nuovi correntisti niente meno che un bel fucile,
Moore ci conduce - letteralmente mano nella mano, in qualità di
regista, conduttore, interprete e a volte inquisitore - nel suo
viaggio attraverso quell’America violenta che vanta 250 milioni di armi
da fuoco nelle case e oltre 11.000 omicidi l'anno. Senza contare
l’esistenza della più potente lobby delle armi al mondo, il cui potere
si manifesta nella National Rifle Association, guidata dell’ex Ben Hur
Charlton Heston, oggi attempato settantenne.
Moore, nel ruolo del
Virgilio dantesco, ci guida nei meandri
psicologici della - middle class - USA, lavoratrice, benestante,
eppure afflitta da un’inguaribile "sindrome da assedio" - ben oltre il
limite giustificabile dal trauma dell’
11 settembre. Così può capitare
di imbattersi in un barbiere che, oltre a barba e capelli, è in grado
di rifornirti di proiettili per fucili e pistole; oppure in un gruppo
di liberi professionisti che si tengono in allenamento giocando alla
guerra come veri "berretti verdi", in attesa dell’invasione che sono
convinti prima o poi arriverà.
Tra il serio ed il faceto, che spesso tocca le punte del grottesco,
Moore giunge finalmente alla cittadina di
Columbine, teatro della
"mattanza" dei 13 ragazzini che a suo tempo aveva sconvolto gli USA.
Intervista i testimoni scampati al massacro, si aggira in silenzio fra
edifici desolati e case anonime, per mostrarci dove si annida la follia
in quest’America di serie B, che diventa di serie A solo quando una
tragedia di cronaca la consegna alle fauci dell’onnipresente
televisione.
E Moore va oltre. Alcuni mesi dopo Columbine, proprio nella sua Flint,
un’altra bambina di 6 anni viene uccisa da un coetaneo con la pistola
lasciata incustodita dal padre. Senza alcuna vergogna, poco tempo dopo
la NRA di
Charlton Heston si presenta nella cittadina del Michigan a
tenere un convegno per la raccolta fondi. Moore si scatena, braccando
senza sosta i "pezzi grossi" che, nonostante la sciagura, continuano ad
arricchirsi infischiandosene di ogni scrupolo morale.
Il suo viaggio non può che terminare a Beverly Hills, nella sontuosa
villa dell’ex attore hollywoodiano. In una sorta di giudizio finale,
con l’inquisitore Moore che mette il presidente della NRA di fronte a
semplici evidenze, e lo costringe ad imbarazzanti ammissioni.
Bowling a Columbine (vincitore del Premio Oscar come miglior
documentario) non è solo un documentario tecnicamente bello, ben
circostanziato e ironicamente tragico: è soprattutto il coraggioso atto
d’accusa di un cittadino statunitense al suo stesso Paese, che non può
pensare di pacificare il resto del mondo se prima non ha raggiunto la
pace con se stesso.
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