Su Fox arriva in esclusiva Over There, il telefilm sulla guerra fra Stati Uniti e Iraq che sta facendo riflettere critici e telespettatori in tutto il mondo
E’ sufficiente aver visto anche un solo war movie hollywoodiano per sapere cosa aspettarsi quando gli Usa portano sullo schermo un conflitto che li coinvolge, e basta aver visto un solo telefilm prodotto recentemente oltreoceano per sapere che i confini fra cinema e tv sono stati superati da un pezzo. E Over There ne è la prova inconfutabile. Creata da Chris Gerolmo (Mississipi Burning) e prodotta da Steven Bochco (NYPD Blue), la serie ha per protagonisti un gruppo di soldati americani impegnati nel conflitto in Iraq. Fra paure, ordini da eseguire, voglia di tornare a casa e ideali che spesso appaiono come un ricordo lontano, gli uomini e le donne guidati dal sergente Chris ‘Scream’ Silas (Erik Palladino) cercano il miglioro modo per vendere cara la pelle. Date le premesse, è evidente come Over There sia nato con il ‘fuoco dei media’ addosso: gli autori hanno scelto di portare in tv, ma non al telegiornale, un tema che fa discutere e divide l’opinione pubblica. Con Bochco e Gerolmo, la guerra in Iraq arriva sul piccolo schermo portandosi dietro due messaggi molto chiari. Il primo è che mentre i politici decidono e i mass media giudicano, al fronte la ‘bassa manovalanza’ esegue ordini che spesso non capisce o condivide e rischia la vita. Il secondo messaggio riguarda il modo in cui la guerra in Iraq viene comunemente affrontata: tutti giudicano ma nessuno ‘parla’ davvero.

La regia da manuale, la fotografia impeccabile, le riprese con la camera a mano durante i combattimenti, l’alternanza di azione e dialogo, il ‘rumore del silenzio’ nel deserto e le inquadrature non convenzionali sono al servizio di un unico scopo: ricordarci come la guerra sia la peggiore invenzione dell’uomo. Un’invenzione che conosciamo attraverso il tg e i documentari e che ci sconvolge quando veniamo a sapere di un gruppo di giovani uccisi, per esempio, da una mina anticarro. Ma prima di Over There nessuno ci aveva mostrato gli attimi fra lo scoppio della mina e l’arrivo dei soccorsi per i feriti, con le loro urla e le reazioni più disparate dei loro commilitoni.
Over There usa un linguaggio ‘impuro’ per non prendere il giro i suoi spettatori: non ci si dice per favore e grazie mentre si spara per la propria vita. Non si ha il tempo di fermarsi a riflettere sul fatto di aver ucciso un altro essere umano. Non si può evitare di scoprire che il nemico, che poco prima sembrava solo un minaccioso fantasma, alla luce del sole rivela di essere un uomo come noi, steso inerme ai nostri piedi perché caduto sotto i nostri colpi.
Variety ha definito “fortemente politico” il contenuto di questo telefilm, ma è stata una voce quasi solitaria: tutte le altre principali testate statunitensi e internazionali sono concordi nel dire che Over There adotta immagini ‘dure’ per entrare subito nel vivo del conflitto senza perdersi in discussioni sull’opportunità di prendervi parte. Le maggiori critiche alla serie, invece, ruotano attorno alla mancanza realismo: il New York Times ha accusato gli autori di ‘inventarsi’ la quotidianità al fronte, raccogliendo prove e testimonianze per avvalorare la propria accusa. Il Times avrà certamente ragione, ma si tratta di una polemica sterile: è noto che, se è il realismo che si sta cercando, cinema e tv sono gli ultimi posti in cui guardare…
L’11 settembre ha portato la guerra. La guerra c’è. Gerolmo e Bochco ce la raccontano scegliendo di adottare una buona dose di patriottismo, derivata dagli omaggi alle più grandi opere belliche made in Usa (da Apocalypse Now a Platoon, da La sottile linea rossa a Full Metal Jacket) e ‘stemperata’ da incursioni lontane dal politically correct (i commilitoni di colore si sentono quasi in dovere di creare un gruppo a sé e una delle due donne della compagnia si dimostra un vero e proprio peso per i compagni).