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Intervista a Chiara Poli su RadioCitta’Fujiko
Qui potete scaricare il file audio dell'intervista di Chiara Poli su RadioCitta’Fujiko durante il programma Pandemonium del 30 maggio 
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Intervista a Chiara Poli su radio DeeJay
Qui potete scaricare il file audio dell'intervista di Chiara Poli su Radio DeeJay durante il programma Vickipedia del 14 maggio, condotto da Vic.Disponibile anche in streaming sul sito di Deejay  
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"La vita è un telefilm", in libreria
Il "gran giorno" è arrivato: dal 30 aprile 2008 è disponibile in libreria "La vita è un telefilm", il libro firmato da me e da Leo Damerini (autore de Il Dizionario dei Telefilm e Direttore Artistico del Telefilm Festival). Si tratta di una raccolta di oltre 2000 frasi tratte da quasi 300 diverse serie tv che hanno fatto la storia del piccolo schermo. Le frasi sono suddivise in circa 300 categorie, per facilitare la consultazione e per rendere più gradevole la lettura del volume: quasi 400 pagine di battute, perle di saggezza, citazioni di telefilm nei telefilm, verità più o meno assolute sui grandi temi della vita. Di seguito riporto il comunicato stampa, in cui troverete maggiori dettagli sulle serie presenti nel libro, sull’organizzazione del volume e – soprattutto – sullo scopo di questa pubblicazione: affermare, una volta per tutte (in caso ce ne fosse ancora bisogno) che i telefilm, nel loro “piccolo”, possono cambiarci la vita… 
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Dalle stelle alle stalle... PDF Stampa E-mail
martedì, 04 maggio 2004 00:00
Cosa succede quando una famiglia ricca, di colpo, perde tutto ciò che possiede? Semplice: il caos. Soprattutto considerando il fatto che i Bluth non potevano certo definirsi una famiglia “normale” anche prima di perdere tutto.
Quando il capofamiglia George (Jeffrey Tambor) viene arrestato per truffa e i suoi beni vengono confiscati, tocca al figlio Michael (Jason Bateman) prendere in mano la situazione. Vedovo e con un figlio tredicenne a carico, Michael si trova a gestire una madre “politically incorrect” che si rifiuta di abbandonare la villa di famiglia, una sorella con il vizio dello shopping e la passione per la cause più assurde, un fratello che fa il mago part-time e uno che soffre di attacchi di panico e non riesce a staccarsi dalle gonne materne.
Arrested Development negli Usa si è subito guadagnata un fedele pubblico di 8 milioni di spettatori a episodio. Le ragioni dell’immediato successo sono molte, a cominciare dalla firma, in qualità di produttori, da Ron Howard (l’ex Ricky Cunningham di Happy Days, apprezzato regista premiato più volte con l’Oscar) e Brian Grazer, uno fra i producer di Hollywood più conosciuti. Howard si è ritagliato anche un ruolo nello show grazie alla voce narrante che accompagna le avventure dei Bluth.
Arrested Development è infatti girato con uno stile a metà fra il documentario e il servizio telegiornalistico: movimenti di macchina frenetici, camera a mano, “sottopancia” che descrivono i personaggi e notiziari flash del canale Fox appositamente creati per gli episodi. Ecco gli ingredienti, conditi con dialoghi brillanti e irriverenti, che rendono Arrested Development uno degli show più divertenti di sempre. La sceneggiatura è firmata dal creatore Mitchell Hurwitz, giovane promessa della tv americana che ha dimostrato la propria verve comica scrivendo diversi episodi di Perfetti... Ma non troppo, altra sit-com in anteprima italiana su Fox.
I Bluth sono diventati la famiglia più amata della tv d’oltreoceano: dal 12 maggio le loro irresistibili, travolgenti vicende approdano su Fox, ogni mercoledì alle 21.00. Siamo pronti a scommettere che anche il pubblico di Sky li troverà irresistibili.

ARRESTED DEVELOPMENT: UNA SERIE DAVVERO "CURIOSA"

Al termine di ciascun episodio il narratore ci mostra alcune anticipazioni su ciò che succederà ai Bluth. In realtà si tratta di fatti poco rilevanti o addirittura ignorati nell’episodio successivo.

  • Ron Howard ha scritturato Henry Winkler, il mitico Fonzie conosciuto sul set di Happy Days, per un ruolo nella sit-com.
  • Lindsay, la sorella di Michael, ha il volto di Portia De Rossi: l’attrice è nota al grande pubblico per il ruolo di Neil Porter in Ally McBeal.
  • I nomi in Arrested Development non sono mai casuali: Michael Cera interpreta George Michael, il figlio... di Michael.
  • Lo show ha debuttato negli Usa il 2 novembre 2003. Nel 2004 ha conquistato 3 Satellite Awards e un TV Land Award.


 
 
FACCIA A FACCIA CON IL PAZZO MONDO DI “ARRESTED DEVELOPMENT”
Al secondo Telefilm Festival, che si è svolto a Milano fra il 7 e il 9 maggio, Fox ha presentato in anteprima Arrested Development, e per l’occasione ha invitato due ospiti d’eccezione: Jason Bateman e David Nevins, protagonista e produttore esecutivo dello show. Ecco cosa ci hanno raccontato a proposito di questa rivoluzionaria serie.
Come è nata l’idea di “Arrested Development”?
David Nevins: Negli Stati Uniti ci sono stati dei grossi scandali finanziari, legati ad aziende molto importanti, proprio come è successo da voi con il caso Parmalat. L’idea del “crack” di una famiglia che possiede una grossa impresa edile è venuta da questi fatti d’attualità, uniti al successo dei reality show da cui abbiamo preso in prestito le tecniche produttive: poche telecamere, riprese semplici e in video. I personaggi sono stati ispirati da serie “Seinfeld” e “I Simpson”, e dalla famiglia Mitch Hurwitz (il creatore della serie): ho partecipato a una festa a sopresa per Mitch e ho trovato nella sua famiglia e in quella di sua moglie i personaggi dei Bluth…
Potete immaginarvi che razza di festa è stata.
Cosa significa “Arrested Development”?
Jason Bateman: E’ un gioco di parole con un doppio significato. Si riferisce a uno “sviluppo bloccato” a livello psicologico: tutti i personaggi sono immaturi, infantili… e diciamocelo: un po’ stupidi. E poi “arrested” significa anche “arrestato”, proprio come succede al capofamiglia nel primo episodio, e “developer” indica anche la professione di costruttore, cioè quello che fa George Bluth Senior. Prima di finire in carcere, ovviamente.
Ci parli di Michael Bluth, il suo personaggio: sembra essere l’unica persona normale in una famiglia di pazzi scatenati…
Jason Bateman: Michael è una figura molto interessante, perché permette di recitare su due livelli. Da una parte ci sono i suoi momenti di lucidità, di razionalità, di fermezza che gli permettono di fare ordine nel caos della sua vita. Dall’altra ci sono i momenti in cui si rende conto di essere pazzo e irresponsabile tanto quanto il resto della sua famiglia.
E la scelta di chiamare il personaggio di suo figlio “George Michael”?
Jason Bateman: (risata) Beh, in effetti un ragazzino adolescente timido e impacciato, serissimo in tutto ciò che fa, è decisamente sfortunato ad avere un nome come George Michael… Inizialmente volevamo fare diverse battute in riferimento al nome, ma poi abbiamo pensato che fossero troppo banali e di basso profilo. Tutti i nomi dei personaggi della serie sono stati studiati a fondo. George Michael, in effetti, rappresenta la tradizione che i Bluth vogliono seguire: ha il nome del nonno e del padre, come nelle famiglie “nobili” di una volta. Solo che i Bluth sono talmente stupidi da non accorgersi dell’effetto comico che scaturisce da questa particolare accoppiata…
Mi date una definizione dello show in tre parole?
David Nevins: Divertente. E "caldo": è sempre la storia di una famiglia, in cui l’affetto è uno dei protagonisti.
Jason Bateman: Divertente… e tragico. Se ci pensiamo bene quello che succede ai Bluth è terribile…

C.P.
Pubblicato sulla rivista Satellite (maggio 2004)
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