La tv, si sa, è il media che più di tutti ha influito su
usi e costumi sociali di tutto il mondo, e l’Italia non fa eccezione.
L’arrivo della tv (1954) è legato, per esempio, alla famosa
lezione d’italiano per tutti, alla cultura musicale e generale dei quiz e dei programmi d’intrattenimento degli anni ’50.
La lunga tradizione del telefilm, ufficialmente inaugurata negli Stati
Uniti, si trascinò dietro una serie di cambiamenti sociali. Con la
messa in onda in prima serata di
I Love Lucy
(1951) la tv dimostrava che una donna poteva essere spiritosa e poteva
permettersi di bruciare la cena o combinare guai senza insultare il
concetto di "angelo del focolare".
La tradizione seriale italiana iniziò invece con la trasposizione di
opere letterarie e teatrali,
che diedero origine ai nostri più celebri sceneggiati. I classici che
rapivano gli spettatori italiani erano "veri" classici: da
Delitto e castigo a
Capitan Fracassa, da Manzoni a Pirandello.

Nel 1959 venne prodotto il primo telefilm nostrano:
La svolta pericolosa,
di Gianni Bongioanni, raccontava secondo i precetti del Neorealismo
(attori non professionisti e molta improvvisazione) la storia di una
giovane coppia in un momento storico-sociale difficile. Nello stesso
anno iniziarono le trasmissioni del primo "quiz poliziesco",
Giallo club, che introdusse il fortunatissimo personaggio del
Tenente Sheridan
(Ubaldo Lay). Con Sheridan il panorama televisivo iniziò a cambiare
drasticamente, rivolgendo l’attenzione dei nostri produttori ad una
fiction forse meno "culturale" ma sicuramente originale ed avvincente.
I prodotti italiani, però, non riuscivano a sfondare, a passare il muro
simbolico dello schermo del televisore. Erano popolari ma non
influenzavano veramente la cultura popolare. A riuscirci furono ancora
una volta gli americani: con
Ai confini della realtà
(1959) Rod Serling creò il primo, vero fenomeno televisivo. Gli
italiani lo seguivano con l’attenzione che avevano riservato al
"maestro" (
Alfred Hitchcock presenta): curiosità, voglia di
evadere e un po’ di sana ‘suspense emotiva’. In attesa di trasmettere
le immagini dello sbarco sulla Luna che tenevano il mondo con il fiato
sospeso, la Rai trasmise due episodi di
Ai confini della realtà,
facendo sì che un’intera generazione di telespettatori associasse
questo telefilm a uno dei ricordi più importanti della sua vita.
I telefilm iniziavano a creare
nuovi modi di dire, a creare
fenomeni di divismo
e regolavano gli orari quotidiani (il videoregistratore non era nemmeno
un sogno). Ma la vera rivoluzione doveva ancora arrivare.
Dallas
(1978), trasmesso dalla Rai nel 1981, non venne compreso: i
responsabili della programmazione si presero delle ‘licenze poetiche’
montando spezzoni di vari episodi senza rispettarne l’ordine
cronologico e ottenendo, in cambio, una scarsa attenzione del pubblico.
Quando la serie venne acquistata dalla neonata Canale 5, che se ne
servì come trampolino di lancio, le cose presero tutta un’altra piega.
Dallas
(che rivedremmo con piacere sulle reti satellitari) è stato il primo
telefilm ad influire in modo indelebile ‘uscendo’ dalla tv. Lo provano
le Sue Ellen, le Pamela e perfino i J.R. italiani che hanno ereditato
il loro nome di battesimo da genitori che avevano seguito con passione
questa serie.
L’Italia, insomma, si era svegliata (piuttosto tardi) e si era accorta
che i telefilm avevano tutte le carte in regola per ritagliarsi un
posto d’onore nella
cultura popolare.
Da
Dallas in poi il passo non è stato breve, ma sicuramente
costellato di celebri esempi di ‘emulazione’ scaturita dal piccolo
schermo. Negli anni ’80 e ’90 per le strade italiane giravano auto con
un led rosso che ricalcava quello di K.I.T.T. in
Supercar;
Magnum P.I. diede una spinta decisiva alla moda delle camicie hawaiane;
Happy Days fece conoscere la musica degli anni ’50 alle nuove generazioni; i modi di dire de
La famiglia Addams o di
Arnold entrarono nel linguaggio comune (“Che cavolo stai dicendo…?”);
Automan
(uno fra gli altri assenti dai palinsesti satellitari) creò una nicchia
di fanatici del computer, affascinati dalle potenzialità olografiche
già indissolubilmente legate al mito di
Star Trek.
E.R. incrementò (sì, anche da noi) le iscrizioni alla facoltà di medicina; le
Charlie’s Angels troneggiavano sui poster delle pareti di tutte le ragazze che negli anni ’70 le vedevano come icone del femminismo;
Beverly Hills 90210 dettò legge in fatto di moda… Gli esempi sono infiniti e dimostrano che dagli anni ’60 ad oggi, da
Ai confini della realtà a
Desperate Housewives
(che – potete scommetterci – esploderà anche in Italia) il telefilm si
conferma ‘principe’ televisivo della cultura popolare e delle sue
contaminazioni.
LA FINE DI UN’ERA
Venerdì 13 maggio 2005: una data destinata a ritagliarsi un posto nella
storia della televisione. Una data che segna la fine (almeno per ora)
di un’avventura lunga 18 anni. Dopo la pietra miliare deposta nel 1966
dalla serie classica,
Star Trek non si era mai assentata dal piccolo schermo dopo il 1987. Dopo
The Next Generation, Deep Space Nine, Voyager e Enterprise,
la saga fantascientifica che ha valicato i confini televisivi per
incursioni sul grande schermo, in letteratura e nel mondo della ricerca
scientifica e tecnologica si chiude con la cancellazione di Enterprise,
‘soppressa’ al termine della quarta stagione.
Il passaggio del testimone da un capitano all’altro, da un equipaggio
all’altro, faceva ormai parte di una tradizione che ha conquistato
milioni di telespettatori in tutto il mondo e che – non c’è alcun
dubbio in proposito – continuerà a farlo. Resta solo da scoprire se
avrà anche un seguito…
C.P.
Pubblicato sul N.186 (giugno 2005) di Satellite