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I telefilm della nostra vita PDF Stampa E-mail
lunedì, 30 maggio 2005 00:00

I telefilm classici arrivano (o tornano) su Sky. Telefilm che hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia della tv. E nella storia degli italiani.

La tv, si sa, è il media che più di tutti ha influito su usi e costumi sociali di tutto il mondo, e l’Italia non fa eccezione.
L’arrivo della tv (1954) è legato, per esempio, alla famosa lezione d’italiano per tutti, alla cultura musicale e generale dei quiz e dei programmi d’intrattenimento degli anni ’50.
La lunga tradizione del telefilm, ufficialmente inaugurata negli Stati Uniti, si trascinò dietro una serie di cambiamenti sociali. Con la messa in onda in prima serata di I Love Lucy (1951) la tv dimostrava che una donna poteva essere spiritosa e poteva permettersi di bruciare la cena o combinare guai senza insultare il concetto di "angelo del focolare".
La tradizione seriale italiana iniziò invece con la trasposizione di opere letterarie e teatrali, che diedero origine ai nostri più celebri sceneggiati. I classici che rapivano gli spettatori italiani erano "veri" classici: da Delitto e castigo a Capitan Fracassa, da Manzoni a Pirandello.
Nel 1959 venne prodotto il primo telefilm nostrano: La svolta pericolosa, di Gianni Bongioanni, raccontava secondo i precetti del Neorealismo (attori non professionisti e molta improvvisazione) la storia di una giovane coppia in un momento storico-sociale difficile. Nello stesso anno iniziarono le trasmissioni del primo "quiz poliziesco", Giallo club, che introdusse il fortunatissimo personaggio del Tenente Sheridan (Ubaldo Lay). Con Sheridan il panorama televisivo iniziò a cambiare drasticamente, rivolgendo l’attenzione dei nostri produttori ad una fiction forse meno "culturale" ma sicuramente originale ed avvincente.
I prodotti italiani, però, non riuscivano a sfondare, a passare il muro simbolico dello schermo del televisore. Erano popolari ma non influenzavano veramente la cultura popolare. A riuscirci furono ancora una volta gli americani: con Ai confini della realtà (1959) Rod Serling creò il primo, vero fenomeno televisivo. Gli italiani lo seguivano con l’attenzione che avevano riservato al "maestro" (Alfred Hitchcock presenta): curiosità, voglia di evadere e un po’ di sana ‘suspense emotiva’. In attesa di trasmettere le immagini dello sbarco sulla Luna che tenevano il mondo con il fiato sospeso, la Rai trasmise due episodi di Ai confini della realtà, facendo sì che un’intera generazione di telespettatori associasse questo telefilm a uno dei ricordi più importanti della sua vita.
I telefilm iniziavano a creare nuovi modi di dire, a creare fenomeni di divismo e regolavano gli orari quotidiani (il videoregistratore non era nemmeno un sogno). Ma la vera rivoluzione doveva ancora arrivare. Dallas (1978), trasmesso dalla Rai nel 1981, non venne compreso: i responsabili della programmazione si presero delle ‘licenze poetiche’ montando spezzoni di vari episodi senza rispettarne l’ordine cronologico e ottenendo, in cambio, una scarsa attenzione del pubblico. Quando la serie venne acquistata dalla neonata Canale 5, che se ne servì come trampolino di lancio, le cose presero tutta un’altra piega. Dallas (che rivedremmo con piacere sulle reti satellitari) è stato il primo telefilm ad influire in modo indelebile ‘uscendo’ dalla tv. Lo provano le Sue Ellen, le Pamela e perfino i J.R. italiani che hanno ereditato il loro nome di battesimo da genitori che avevano seguito con passione questa serie.
L’Italia, insomma, si era svegliata (piuttosto tardi) e si era accorta che i telefilm avevano tutte le carte in regola per ritagliarsi un posto d’onore nella cultura popolare.
Da Dallas in poi il passo non è stato breve, ma sicuramente costellato di celebri esempi di ‘emulazione’ scaturita dal piccolo schermo. Negli anni ’80 e ’90 per le strade italiane giravano auto con un led rosso che ricalcava quello di K.I.T.T. in Supercar; Magnum P.I. diede una spinta decisiva alla moda delle camicie hawaiane; Happy Days fece conoscere la musica degli anni ’50 alle nuove generazioni; i modi di dire de La famiglia Addams o di Arnold entrarono nel linguaggio comune (“Che cavolo stai dicendo…?”); Automan (uno fra gli altri assenti dai palinsesti satellitari) creò una nicchia di fanatici del computer, affascinati dalle potenzialità olografiche già indissolubilmente legate al mito di Star Trek. E.R. incrementò (sì, anche da noi) le iscrizioni alla facoltà di medicina; le Charlie’s Angels troneggiavano sui poster delle pareti di tutte le ragazze che negli anni ’70 le vedevano come icone del femminismo; Beverly Hills 90210 dettò legge in fatto di moda… Gli esempi sono infiniti e dimostrano che dagli anni ’60 ad oggi, da Ai confini della realtà a Desperate Housewives (che – potete scommetterci – esploderà anche in Italia) il telefilm si conferma ‘principe’ televisivo della cultura popolare e delle sue contaminazioni.

LA FINE DI UN’ERA
Venerdì 13 maggio 2005: una data destinata a ritagliarsi un posto nella storia della televisione. Una data che segna la fine (almeno per ora) di un’avventura lunga 18 anni. Dopo la pietra miliare deposta nel 1966 dalla serie classica, Star Trek non si era mai assentata dal piccolo schermo dopo il 1987. Dopo The Next Generation, Deep Space Nine, Voyager e Enterprise, la saga fantascientifica che ha valicato i confini televisivi per incursioni sul grande schermo, in letteratura e nel mondo della ricerca scientifica e tecnologica si chiude con la cancellazione di Enterprise, ‘soppressa’ al termine della quarta stagione.
Il passaggio del testimone da un capitano all’altro, da un equipaggio all’altro, faceva ormai parte di una tradizione che ha conquistato milioni di telespettatori in tutto il mondo e che – non c’è alcun dubbio in proposito – continuerà a farlo. Resta solo da scoprire se avrà anche un seguito…

C.P.
Pubblicato sul N.186 (giugno 2005) di Satellite
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