
Su Italia 1 ha esordito
C.S.I.: Miami, con cui i produttori sperano di replicare il grande successo di
C.S.I.Mettiamo a confronto le due serie tv.
Il venerdì sera, a partire dalle 21.00, Italia 1 trasmette due episodi della prima stagione di
C.S.I.: Miami, il “clone” di uno dei telefilm più seguiti del momento. Dopo la puntata cross over in cui i protagonisti di
C.S.I. introducevano i nuovi personaggi recandosi a Miami per seguire un rapimento, il nuovo show della CBS ha esordito anche nel nostro Paese, rendendosi del tutto indipendente dal suo “progenitore”.
I molti fans italiani di Grissom e compagni, temporaneamente orfani dei loro eroi - al momento in onda su Fox con la terza stagione - si sono riversati sul nuovo team di investigatori guidati da
Horatio Caine (l’attore David Caruso). Entrambe le serie sono fortemente ancorate alla realtà locale: il gioco d’azzardo viene spesso utilizzato come sfondo a Las Vegas, mentre a Miami ci si muove fra influenti famiglie, turismo e immigrazione clandestina.
Quali sono le impressioni a caldo sulla nuova serie?
Il livello qualitativo di fotografia e scenografia non ha nulla da invidiare alle migliori produzioni televisive. La
sceneggiatura, invece, si avvale di alcuni elementi positivi ma presenta anche qualche lacuna. I casi di cui si occupano gli agenti della scientifica sono interessanti e ricchi di citazioni (“La morte in faccia”, per esempio, omaggia diversi film, fra cui “Blown Away” e “Arma Letale”).
Il metodo esplicativo che collega i progressi nelle indagini e la caratterizzazione dei personaggi, invece, sono
inferiori alle aspettative.
A volte i collegamenti logici vengono affrettati per far progredire il racconto, creando uno
squilibrio nella narrazione.
Per i
personaggi (premesso che gli agenti di Miami lavorano prevalentemente al turno di giorno mentre a Las Vegas siamo abituati a indagini notturne) gli autori sembrano aver duplicato con cura il team di Grissom.
Horatio Caine è, almeno per ora, un’imitazione del personaggio di William Petersen, sebbene privato di una personalità del tutto risolta. Caine non solo si comporta, ma addirittura si esprime attraverso tipiche espressioni “alla Grissom”. Lo sviluppo standard di
C.S.I. prevede infatti l’introduzione di una situazione che si risolverà in tragedia.
Ne vediamo le premesse e il risultato, con l’arrivo della scientifica sul posto per ricostruire il pezzo mancante del puzzle: la dinamica degli eventi. Grissom pronuncia una delle sue “storiche” frasi d’apertura e le note della sigla d’apertura ci iniziano alle nuove indagini. In “Solo un bacio” Caine arriva sulla scena del delitto, scambia qualche battuta con
Megan (Kim Delaney) e poi afferma: “Le prove, come sempre, ci diranno la verità”. Stacco, sigla. Il senso di déjà vu è talmente forte che conferma l’impossibilità di definire
C.S.I. Miami un vero e proprio spin off: si tratta, piuttosto, di una replica. Continuando a parlare dei personaggi riscontriamo in Megan il corrispettivo di Catherine (Marge Helgenberger), così come
Tim Spiddle (Rory Cochrane) e
Eric Delko (Adam Rodriguez) riprendono i ruoli di Nick Stokes (George Eads) e Warrick Brown (Gary Dourdan). Un personaggio che “non ci azzecca”: Calleigh Duquesne (Emily Procter), la bionda investigatrice che non colma il vuoto lasciato dall’elemento mancante del gruppo, Sara Sidle (Jorja Fox), e che risulta fuori posto e lascia pensare a un’errata scelta di casting. Anche la mancanza di un personaggio forte come il poliziotto Jim Brass (Paul Guilfoyle) si fa sentire, mentre la narrazione lascia intuire fin dall’inizio la diversa impostazione di base.
Qui le vite personali dei protagonisti entrano prepotentemente in campo, come dimostrano l’episodio imperniato sull’uccisione di un amico di Horatio (“La morte in faccia”), i racconti di Megan sulla recente scomparsa del marito e le allusioni fra Calleigh e Eric nell’episodio “La tempesta”.
L’elemento che più di tutti colpisce gli abituali telespettatori di
C.S.I. è la
narrazione: il tentativo è quello di creare un telefilm corale come “l’originale”, incentrato al tempo stesso su vicende individuali. E l’esperimento, almeno all’inizio, non riesce. I molti momenti di analisi delle prove (identici alla serie originale, eccezion fatta per scelte musicali più “rockettare”) sono eccessivamente prolungati, quasi forzati. In
C.S.I. c’è un ottimo ritmo che alterna la ricerca e l’esame delle prove all’azione sul campo.
C.S.I.: Miami, almeno finora, ha dimostrato di non saper gestire tale ritmo, rischiando a tratti di rendersi noioso.
Va sottolineato che già nel quarto episodio l’alternanza delle sequenze di esame delle prove e indagini si avvicina più ai ritmi cui il telespettatore è abituato.
C.S.I.: Miami sembra andare nella giusta direzione, a riprova del fatto che la quasi totalità delle serie tv aggiustano il tiro nel corso della prima stagione, risolvendo brillantemente ogni intoppo. Unico elemento finora insopportabile: la
patologa che dialoga con i cadaveri (e che, a differenza del dott. Robbins di CSI, interviene anche sul luogo del delitto) è francamente ridicola.
Rispetto ai colleghi di Las Vegas gli agenti di Miami partono avvantaggiati sotto diversi punti di vista: grazie al primo telefilm “apripista”, le autopsie possono permettersi dettagli macabri (a volte eccessivi, come ne “La tempesta”) che non dovrebbero cogliere troppo di sorpresa lo spettatore. Ciononostante, Italia 1 ha invertito l’ordine degli episodi “La tempesta” e “Solo un bacio”, trasmettendo il secondo alle 21.00: l’analisi di un parziale tronco umano rinvenuto nello stomaco di uno squalo, effettivamente, ha avuto una collocazione più felice dopo le 22.00.