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martedì, 10 settembre 2002 00:00

L'evoluzione del vampiro sul grande schermo

Esattamente ottant’anni fa, l’ombra di Max Schreck nel Nosferatu di Murnau apparve sugli schermi cinematografici per lasciare un segno indelebile nella storia del cinema.
La pubblicazione del romanzo Dracula di Bram Stoker (1897) si impiantò nell’immaginario collettivo, fornendo ai cineasti il materiale per la creazione di una delle creature più longeve dello schermo.
Le trasformazioni che il vampiro subisce nel corso degli anni dipendono da diversi fattori: la fonte di ispirazione (letteratura, antichi miti e leggende, superstizioni e racconti popolari), il gusto personale e la formazione dei cineasti (Murnau, Herzog, Coppola, Craven, Carpenter, solo per citare i più noti) e il contesto produttivo, storico e sociale all’interno del quale si decide di rappresentarlo.
I noti tentativi - peraltro falliti - compiuti da Murnau per non pagare i diritti d’autore sul romanzo di Stoker, hanno inaugurato interpretazioni vampiresche sempre più diversificate.

Così, Dracula è prima il misterioso Conte Orlock, poi un mostro sanguinario e spietato, e ancora un nobile capace di amare per l’eternità. La figura del vampiro si modifica in maniera rilevante anche per mano degli attori che lo interpretano. All’inizio degli anni ‘30, un attore ungherese di nome Bela Lugosi attrae l’attenzione del pubblico nella pièce teatrale tratta dal romanzo di Stoker. Nel 1931 appare sullo schermo diretto da Tod Browning, e lega indissolubilmente il suo nome a quello del fascinoso e misterioso straniero che si nutre di sangue umano.
In seguito, gli occhi iniettati di sangue di Christopher Lee coincidono con gli incubi di un’intera generazione; il mostro dai lunghi artigli e l’aspetto animalesco di Murnau viene estremizzato da Klaus Kinski; Gary Oldman crea una figura romantica, capace di piangere ancora per l’amore che ha perso quattro secoli prima; Christopher Walken si aggira per una New York cupa come non mai, focalizzandosi sulle tentazioni della natura umana; Tom Cruise gioca con le sue prede e si diverte a torturarle, mentre Brad Pitt cerca di recuperare parte di quell’anima che gli è stata tolta in seguito alla trasformazione; Wesley Snipes è un vampiro-cacciatore per metà umano, che combatte contro i vampiri "cattivi" che vogliono conquistare il mondo; Gerard Butler, infine, è Giuda Iscariota: risorto dalla tomba per vendicarsi del Dio che lo ha tramutato nel simbolo universale della vergogna.

Il vampiro è quindi un mostro, ma con l’avvento del cinema moderno si decide di esplorare anche un lato che prima di allora non si era mai preso in considerazione: l’aspetto psicologico del mostro. Vampiri coi sensi di colpa affollano gli schermi, e le loro azioni mostruose vengono quasi giustificate dalla sofferenza eterna e dal rifiuto con cui sono condannati a convivere.
Lo sviluppo psicologico apre la strada all’utilizzo del vampirismo come metafora della società, dei valori morali, della repressione sessuale. Queste tematiche erano presenti già in Stoker, ma il cinema decide di appropriarsene solo dopo aver dato fondo alla capacità del vampiro di terrorizzare gli spettatori.

Il vampiro non è mai scomparso dagli schermi cinematografici, a differenza di molte delle altre celebri figure sfruttate dall’industria della celluloide.
Ciò che cambia sono il suo aspetto fisico, il grado della sua crudeltà e il suo modo di porsi nei confronti dell’avversario-preda: l’essere umano.
Oggi, il vampiro lotta per la sopravvivenza in un mondo popolato da uomini più crudeli di lui.
Si serve con qualche difficoltà dei mezzi tecnologici per agevolare tale sopravvivenza e, a volte, cerca addirittura una cura per il suo "male".
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