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Per oltre un decennio non mi sono mai persa una puntata di E.R. Dopodiché, poco dopo la metà della stagione n. 12 è successo qualcosa. Non ricordo bene perché (avranno cambiato giorno/orario, saltato qualcosa per una partita o chissà che altro?), fatto sta che avendo perso degli episodi, a un certo punto ho preferito lasciar perdere e aspettare l’uscita in DVD per mettermi in pari. E il tempo, nel frattempo, è passato. Così sono rimasta indietro e ho recuperato nei giorni scorsi 12° e 13° stagione in DVD (se non le avete ancora viste, ovviamente fermatevi qui: spoiler!). E non posso proprio evitare di fare un paio riflessioni sulle stagioni più recenti di E.R., che tanto hanno fatto discutere…
Vi risparmierò un’analisi esageratamente dettagliata e andrò per punti. 1) È senz’altro vero che, rispetto alle prime stagioni, sia la drammaticità delle vicende che l’attenzione per le vite personali dei medici (ed i rapporti fra il personale, diciamolo) hanno preso una piega più da soap, in parte, che da medical drama. Ma è anche vero che mantenere le intenzioni iniziali – lasciando ampio spazio ai pazienti per trattare tematiche attuali e cercare di limitarsi ad analizzare la psiche dei personaggi in relazione al loro lavoro – sarebbe stato impossibile. Quindici stagioni, signore e signori. Proviamo a pensare a cosa può voler dire inventarsi tutte quelle storie e gestire alcuni personaggi per molti anni consecutivi: un lavoraccio. Quindi, sono convinta che alla fine gli autori abbiano sì esagerato (aerei ed elicotteri che si schiantano, ex mariti che evadono, rapiscono e stuprano, maniaci che sequestrano e torturano medici con morse d’acciaio... Ma dico, scherziamo?!) eppure credo anche che si siano mantenuti fedeli, almeno in parte, allo spirito iniziale. Perché i pazienti contano ancora molto (lo dimostrano le numerose - e premiatissime - guest stars, a cominciare da James Woods). E l’attualità c’è, oggi più che mai (ad esempio grazie ai toccanti episodi ambientati in Darfur e alla sempre scottante questione della guerra in Iraq). 2) Il “ricambio” fra i personaggi ha raggiunto livelli di efficacia davvero invidiabili. È vero che con l’addio della dottoressa Weaver se ne vanno praticamente tutti i volti storici della serie (Luka era arrivato già “dopo”, in un certo senso), ma è anche vero che i nuovi personaggi, fra ritorni e new entry assolute, funzionano abbastanza. Ad eccezione di Neela Rasgotra, che ormai è diventata praticamente una macchietta. Voglio dire: tutti la amano. Tutti la vogliono. Uomini, donne, perfino… bambini senzatetto. E lei che fa? Sposa il povero Gallant, che conosce a malapena, e poco dopo essere rimasta tragicamente vedova si butta nelle braccia del primo che passa e gioca a fare l’indecisa per dei mesi… Suvvia! Ragazza bella ed interessante, per carità, ma qui stiamo esagerando. Anche perché il suo personaggio non cresce mai: prima vuole lasciare l’ospedale, poi torna indietro, poi cambia specializzazione… Io non ho seguito l’inizio della 14° stagione su Rai 2, sono ferma al finale della 13. E francamente, vedere Neela calpestata dalla folla non è che mi sia dispiaciuto poi tanto, soprattutto dopo quello che è successo al dottor Burnett. Povero Ray, non potevano farlo semplicemente uscire di scena con l’incidente e risparmiargli l’umiliante discorso post-amputazione ad una Neela pietrificata ed inespressiva più che mai? Detto ciò, e discussi a grandi linee i due aspetti principali, formula e personaggi, ecco la conclusione: E.R. non è più “quello di una volta”, e su questo non ci piove. Ma, tolte le esagerazioni che rasentano il ridicolo (passatemi il termine, ma la sfiga di Sam e la sfacciata sfortuna di Morris sono davvero inverosimili!), c’è ancora qualcosa che si salva. Alcuni (pochi a dir la verità) fra gli episodi di 12° e 13° ciclo sono stati grandi episodi e hanno ricordato i fasti di tanti anni fa. I fasti del medical drama per definizione. Ma solo alcuni, pochi episodi… |