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La vita è un telefilm
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Intervista a Chiara Poli su RadioCitta’Fujiko
Qui potete scaricare il file audio dell'intervista di Chiara Poli su RadioCitta’Fujiko durante il programma Pandemonium del 30 maggio 
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Intervista a Chiara Poli su radio DeeJay
Qui potete scaricare il file audio dell'intervista di Chiara Poli su Radio DeeJay durante il programma Vickipedia del 14 maggio, condotto da Vic.Disponibile anche in streaming sul sito di Deejay  
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"La vita è un telefilm", in libreria
Il "gran giorno" è arrivato: dal 30 aprile 2008 è disponibile in libreria "La vita è un telefilm", il libro firmato da me e da Leo Damerini (autore de Il Dizionario dei Telefilm e Direttore Artistico del Telefilm Festival). Si tratta di una raccolta di oltre 2000 frasi tratte da quasi 300 diverse serie tv che hanno fatto la storia del piccolo schermo. Le frasi sono suddivise in circa 300 categorie, per facilitare la consultazione e per rendere più gradevole la lettura del volume: quasi 400 pagine di battute, perle di saggezza, citazioni di telefilm nei telefilm, verità più o meno assolute sui grandi temi della vita. Di seguito riporto il comunicato stampa, in cui troverete maggiori dettagli sulle serie presenti nel libro, sull’organizzazione del volume e – soprattutto – sullo scopo di questa pubblicazione: affermare, una volta per tutte (in caso ce ne fosse ancora bisogno) che i telefilm, nel loro “piccolo”, possono cambiarci la vita… 
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La vita è una fiction? Ma anche no... PDF Stampa E-mail
sabato, 24 maggio 2008 10:10
Premessa: all’inizio, quando sono stata ammessa alla Scuola di Cinema di Milano per frequentare il corso di Sceneggiatura, ho dovuto sorbirmi la mia bella dose di fiction italiana. Mi sono vista quasi tutto, sono stata sui set, ho studiato i nostri prodotti televisivi. Ho lavorato alla sceneggiatura di una fiction italiana, sentendomi continuamente ripetere “Non va bene per il pubblico italiano, è tutto troppo americano. Ragazzi, dobbiamo abbassare il livello”.
Insieme ai miei compagni d’avventura, ci ho provato per qualche mese. Poi ho rinunciato: non so scrivere per la tv italiana, non ce la faccio. Non sono capace. E se anche lo fossi… Preferirei vivere grazie. Mi piace molto di più il “dietro le quinte”, l’analisi, lo studio. Ed è a questo che mi sono dedicata, cambiando felicemente rotta.
Quando ho iniziato a scrivere di tv, naturalmente, mi chiedevano anche di seguire delle fiction italiane per raccontarle al pubblico. L’ho fatto (e mi sono limitata al racconto, non mi era concesso uno spazio critico). Poi, fortunatamente, la gavetta è finita e ho potuto scegliere. Qual è stata la mia prima scelta? “Io non mi occupo di fiction italiana”. Volevo che fosse chiaro, così lo dicevo a tutti coloro che mi contattavano per lavoro. Non volevo evitare di occuparmene per non scriverne, badate bene, semplicemente volevo evitare di occuparmene per non doverla seguire. Non scrivo mai di qualcosa di cui non ho visto almeno l’episodio pilota, nel caso di prodotti inediti, o almeno 3 o 4 episodi, nel caso di serie già in onda. Il che significa che, per scrivere di fiction Made in Italy, avrei dovuto seguirla. No, grazie.
Fine della premessa. Adesso passiamo al discorso, che essendo molto lungo e molto doloroso cercherò di riassumere brevemente. Io sono una grande fan di Boris. Credo sia l’unica serie italiana che abbia un senso, visto che prende in giro la stessa fiction a cui gran parte del cast ha già lavorato.
Sul set di Boris si raccontano le avventure quotidiane di una troupe televisiva impegnata nelle riprese di una soap, Gli occhi del cuore. Ecco: se avete avuto modo di vedervi qualche puntata di Boris, avrete sicuramente notato che le sequenze in cui si gira Gli occhi del cuore e una qualsiasi sequenza di una qualsiasi fiction italiana sono identiche.
Ho visto giusto stamattina uno spezzone di Amico mio (2? La vendetta? 3? L’hanno fatta? Non so, mi scuso per l’imprecisione), ho visto uno spezzone de Il bambino della domenica. E ho visto R.I.S., I liceali, I Cesaroni (che, va detto, dal punto di vista della recitazione – almeno per una parte del cast – risultano nettamente più naturali rispetto ai colleghi delle altre fiction), La nuova Squadra... Ho visto, e ho ritrovato ogni volta la recitazione finta ed esasperata de Gli occhi del cuore: le pause, i sospiri, i sorrisi e le lacrime fasulli, i dialoghi (posso finire ogni frase prima degli attori: prevedibilità è la parola d’ordine) e la colonna sonora (particolare non indifferente) che Boris prende in giro. Non voglio fare la snob, cosa di cui vengo spesso accusata dai sostenitori della fiction made in Italy, voglio semplicemente sottolineare come sia impossibile confezionare una fiction decente con un’impostazione fasulla della recitazione e dei dialoghi di una banalità che personalmente trovo imbarazzante.
Aggiungiamo la mania di imitare gli americani, e abbiamo il quadro completo: Mogli a pezzi vorrebbe copiare Desperate Housewives. R.I.S. vorrebbe essere il C.S.I. italiano. Medicina Generale ha addirittura scimmiottato il logo, di E.R.
Sì, come no. Certo. Come Via Zanardi (una delle fiction più imbarazzanti di sempre) avrebbe dovuto essere il Friends italiano.
Ma fatemi il piacere. A questo punto, ridateci I ragazzi della 3°C. Che non si prendevano sul serio, che si prendevano gioco dell’Italia e delle sue manie. Che non avevano alcuna pretesa di realismo.
Lo sapete perché Boris funziona? Perché racconta la realtà italiana, la stessa realtà che chiunque abbia messo piede sul set di una fiction conosce bene.
Ve lo immaginate, se avessi dovuto pubblicare un libro con le citazioni tratte dalle fiction italiane? Una cosa tipo “La vita è una fiction”? Ve le immaginate centinaia di pagine di dialoghi tipo: «Quando […pausa per respirare] la speranza […pausa per respirare] ti abbandona, quando […pausa per respirare] tutto […pausa per respirare] sembra perduto, quando […pausa per respirare] il futuro […pausa per respirare] ci fa paura… E’ allora che […pausa per respirare] l’amore ci salva…».
La vita è una fiction… Sì, come no. Ma una fiction come quella descritta da Stanis Larochelle (Pietro Sermonti) in Boris: troppo italiana.
Stanis santo subito.

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