 Immagino che autori e produttori abbiano pagato una bella cifra per ottenere i diritti. Per poter inserire nei titoli di coda “Ispirato al romanzo di Richard Matheson”, per potersi appropriare del titolo e per usare lo stesso nome del protagonista. Non capisco perché lo abbiano fatto: sarebbe bastato eliminare il romanzo dai titoli di coda, cambiare il titolo e il nome al protagonista e avrebbero risparmiato dei bei soldi. Perché nessuno lo avrebbe riconosciuto, il romanzo di Matheson…
È vero che quando si conosce bene un libro, e lo si apprezza, qualunque trasposizione cinematografica delude. Io ho letto “Io sono leggenda” almeno tre volte, nel corso della mia vita, sempre a distanza di molti anni. E il risultato non è mai mutato: una storia che all’inizio esercitava su di me il fascino dei racconti di vampiri (si sa, ho un debole per le creature della notte), ma che poco dopo si era trasformata nella consapevolezza che il fulcro di Io sono leggenda non aveva nulla a che fare con i vampiri. O con i virus. O con la scomparsa dell’umanità. Io sono leggenda parla di alienazione, di solitudine, di lotta per la sopravvivenza. Esplora i limiti massimi a cui la mente e il corpo umano possono spingersi, descrive con dovizia di particolari tutti gli stratagemmi che un uomo può mettere in atto per evitare di impazzire, quando da tre anni si trova completamente solo. Braccato, ogni notte, da una moltitudine di creature che gli parlano, invocano il suo nome, lo minacciano. Usano ogni “trucco” in loro possesso per farlo crollare. Tutto questo, nel film con Will Smith non c’è. Forse perché il suo Robert Neville rimane davvero solo dopo la morte di Sam, il suo cane, che fino a quel momento gli aveva fatto compagnia, evitandogli di impazzire. Forse perché il fatto che Robert sia uno scienziato, e cerchi una cura per il virus (come accade nel romanzo, ma con mezzi decisamente più realisitici) consente agli autori di mostrare come il nostro eroe abbia uno scopo, qualcosa che lo mantiene in vita. Il Robert del romanzo costruisce una rigidissima routine per dare ordine alla propria vita. Quella del Robert del film è solo accennata: sappiamo che fa le stesse cose tutti i giorni, ma le sue “esplorazioni” lo espongono a fattori di rischio troppo frequenti e troppo… “ricercati”, diciamo così. Nel romanzo, Robert si trova nei guai dopo essersi abbandonato alla disperazione per la morte della propria famiglia, nel film cade vittima di un tranello insensato. Perché se le creature della notte che lo circondano sono davvero cacciatori primordiali che non hanno più nulla di umano, la crudeltà di uno di loro – che gli tende una trappola e manda a morte il suo cane, l’unico compagno che gli resta – appare davvero inverosimile. Si tratta dell’(ex) uomo la cui compagna è stata catturata da Neville per i suoi esperimenti? Forse. Ma se anche così fosse, dubito fortemente che limitarsi a far uscire i cani per distruggere psicologicamente Robert potrebbe risultare realistico, come comportamento…
In definitiva, il film di Francis Lawrence non prende una posizione. Rinuncia al dramma della follia e della solitudine, pur sempre accennato ed ottimamente reso dall’interpretazione di Smith, ma punta troppo sull’azione e sugli effetti speciali. Un conto è adeguare una storia al gusto contemporaneo e servirsi dei mezzi più moderni del cinema per raccontarla. Un altro conto è snaturare un racconto che ha conquistato milioni di lettori, generazione dopo generazione. E a questo punto, la domanda è una sola: se il film avesse avuto un altro titolo e gli autori non avessero preteso di “vendercelo” come una moderna reinterpretazione di un grande classico, il risultato sarebbe cambiato? Sì, secondo me. Ma solo in parte: il contrasto nel comportamento dei vampiri sarebbe rimasto il fulcro della mancata riuscita del film.
Anche se non avessi letto più volte il romanzo di Matheson, sono sicura che avrei preferito tenermi il ricordo di un grande Vincent Price, decisamente sopra le righe ma ugualmente efficace, nelle vesti de L’ultimo uomo della Terra: quello sì, che era un tentativo in grado di restituire al pubblico l’angoscia e l’ansia di vivere di un capolavoro letterario… |