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Intervista a Chiara Poli su RadioCitta’Fujiko
Qui potete scaricare il file audio dell'intervista di Chiara Poli su RadioCitta’Fujiko durante il programma Pandemonium del 30 maggio 
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Intervista a Chiara Poli su radio DeeJay
Qui potete scaricare il file audio dell'intervista di Chiara Poli su Radio DeeJay durante il programma Vickipedia del 14 maggio, condotto da Vic.Disponibile anche in streaming sul sito di Deejay  
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"La vita è un telefilm", in libreria
Il "gran giorno" è arrivato: dal 30 aprile 2008 è disponibile in libreria "La vita è un telefilm", il libro firmato da me e da Leo Damerini (autore de Il Dizionario dei Telefilm e Direttore Artistico del Telefilm Festival). Si tratta di una raccolta di oltre 2000 frasi tratte da quasi 300 diverse serie tv che hanno fatto la storia del piccolo schermo. Le frasi sono suddivise in circa 300 categorie, per facilitare la consultazione e per rendere più gradevole la lettura del volume: quasi 400 pagine di battute, perle di saggezza, citazioni di telefilm nei telefilm, verità più o meno assolute sui grandi temi della vita. Di seguito riporto il comunicato stampa, in cui troverete maggiori dettagli sulle serie presenti nel libro, sull’organizzazione del volume e – soprattutto – sullo scopo di questa pubblicazione: affermare, una volta per tutte (in caso ce ne fosse ancora bisogno) che i telefilm, nel loro “piccolo”, possono cambiarci la vita… 
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Le mie recensioni: Cloverfield PDF Stampa E-mail
domenica, 04 maggio 2008 10:37
Vi dirò una cosa. Anzi, due. La prima è che – pur guadagnandomi da vivere con le parole – non trovo i termini adatti ad esprimere quanto mi manchi andare al cinema. Ho trascorso interi pomeriggi rinchiusa in qualche sala cinematografica, sola (mi piaceva tanto andare al cinema da sola: mi permetteva di abbandonarmi completamente alla magia del grande schermo), per anni. Ora la mia salute non me lo consente (ecco perché mi sono attrezzata con il “surrogato domestico”: il videoproiettore), e l’attesa per alcuni film mi strugge. Questa è la prima cosa. La seconda è che sono stanca di leggere recensioni che non mi sono utili…
 
Ogni volta che vedo un film (solo dopo averlo visto, però) mi piace leggere cosa ne pensano gli altri. E per farlo, devo ricorrere ai forum, ai siti amatoriali, ai blog. Perché ormai non c’è quasi più nessuno, sui siti “ufficiali”, o “autorevoli”, o su alcuni siti – per me incomprensibilmente – più seguiti, che ti dica cosa pensa di un film (o di un telefilm). Per me una recensione deve avere tre caratteristiche: deve contenere un giudizio sul film (o telefilm) visionato da chi scrive; deve contenere riferimenti che lasciano intendere che chi scrive conosce l’argomento che tratta; deve essere esposta in maniera corretta e comprensibile a tutti. Punto.
 
E se è pur vero che, anni fa, più i termini erano incomprensibili, più una recensione cinematografica veniva giudicata “autorevole”, è anche vero che… io non l’ho mai pensata così. Quindi, visto che il cinema mi manca, quando il tempo me lo consentirà condividerò con voi le mie impressioni. In questa forma: sbilanciandomi. E cercando di motivare i miei giudizi. Sulla chiarezza, spero di aver lavorato sufficientemente in tanti anni passati a scrivere per mestiere…

Quindi… pronti, via: si parte. Con Cloverfield.
Uno di quei film che ancora prima di arrivare nelle sale cinematografiche era già un fenomeno mediatico. Uno di quei film volutamente avvolti dal mistero, nell’ambito di una strategia di lancio improntata al J.J. syle, ovvero: la nota tendenza di J.J. Abrams, che firma in veste di produttore, di costruire storie misteriose… cercando di risolverle il meno possibile (Lost docet: impazzirò, da qui al 2010, o resisterò all’attesa? Chi può dirlo…). Tutto sommato, però, io apprezzo questa tendenza: la creazione di Cloverfield non si può non definire originale. Prendendo spunto da quel grandissimo, inatteso successo che è stato The Blair Witch Project, sia per il “presunto ritrovamento” del nastro che, ovviamente, per lo stile di ripresa, Cloverfield ci racconta un evento straordinario dal punto di vista di persone ordinarie. Tutte destinate a perire nell’arco della narrazione, e a rimanere senza risposte: la peggiore condanna.

Lo stile di ripresa può dare fastidio, lo ammetto, ma almeno qui ha un senso: un conto è un film che ti scombussola con due ore di camera a spalla perché fa capo ad un (finto) filmato amatoriale ritrovato. Un conto è un film “tradizionale” che adotta questo stile (in quei casi sì, che se il movimento è eccessivo, rinuncio). Per la prima parte, Cloverfield gioca molto sul vecchio – e sempre riuscito, per quanto mi riguarda – meccanismo del “mostro che non si vede”. Alien, Lo squalo e Il bacio della pantera prima di loro (e molti altri) hanno insegnato ai cineasti che la tensione si costruisce con maggiore efficacia, quando il pubblico deve preoccuparsi anche di scoprire chi o che cosa bracca i protagonisti.

Cloverfield fa suo questo meccanismo: in principio siamo convinti di assistere ad una nuova versione di Godzilla, poi pensiamo che Nessie, il mostro di Loch Ness, abbia fatto una nuotatina… E poi arriviamo all’unica conclusione possibile: il mostro di Cloverfield è un alieno. Da dove venga, come sia arrivato qui e da quanto ci stia… Beh, non lo sapremo mai. Ma il punto è che concentrarsi sulla verosimiglianza di Cloverfield fa perdere di vista l’obiettivo principale, e rovina il gusto del film. Non bisogna arrabbiarsi perché non si ottengono risposte, bisogna mettere in atto – con un grandissimo atto di fede, più grande del solito – il meccanismo della sospensione dell’incredulità, per concentrarsi su ciò che è il reale punto d’interesse del film. Il dramma umano. Il crollo delle certezze. La consapevolezza che, da un momento all’altro, un evento imprevisto ed inspiegabile può sconvolgere le nostre vite. E la consapevolezza che solo in questo momento, in base alle nostre reazioni, scopriremo veramente chi siamo…

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