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lunedì, 20 settembre 2004 00:00

I tre giorni del condor

"Il suo nome in codice è Condor. Nelle prossime 24 ore, tutti quelli di cui si fida cercheranno di ucciderlo".
Joe Turner (Robert Redford) lavora come impiegato presso l’American Literary Historical Society. E’ un dipendente della Cia incaricato di leggere il maggior numero di libri, periodici e quotidiani per scovare eventuali minacce contro il governo.
La sua vita scorre tranquilla insieme ai colleghi dell’ufficio fino a quando, mentre Joe è fuori per comprare il pranzo ai colleghi, qualcuno fa irruzione in ufficio e compie un massacro.
Al suo ritorno, lungo come un’interminabile, silenziosa sequenza interrotta solo dal rumore delle macchine e dei computer ancora in funzione, Joe scopre che tutti i suoi amici sono stati uccisi. Sotto shock, Joe prende una pistola dal cassetto della donna all’ingresso ed esce. Ogni persona che incontra gli sembra sospetta, Joe – è evidente – non ha mai avuto tanta paura in vita sua.
Da una cabina pubblica chiama il numero di emergenza della Cia, e dà il suo nome in codice: Condor. Gli risponde una voce impersonale, che gli dà fredde istruzioni: non tornare a casa, evitare tutti i posti abituali, ritelefonare più tardi.
Da questo momento Joe sa di essere braccato da chi ha ucciso tutti i suoi colleghi e attende istruzioni dai suoi superiori per farsi recuperare e mettersi in salvo. Ma non si fida di nessuno, e sembra avere ragione: durante l’operazione di recupero qualcosa va storto, un suo amico viene ucciso e Joe stesso viene accusato dell’omicidio. “È un omosessuale, un fallito, è ricattabile? Però può anche essere innocente.
Ma allora perché non è venuto da noi?” si chiedono stupidamente i suoi superiori. Alla fine i vertici della Cia concludono che la strage è stata organizzata dallo stesso Joe e gli danno la caccia. In preda al panico, Joe fa tesoro di tutto ciò che ha letto nei romanzi di spionaggio e inizia una corsa contro il tempo. Sequestra una donna all’uscita del negozio: la bella Kathy (Faye Dunaway) gli offrirà un riparo sicuro, almeno per il tempo necessario a decidere cosa fare. Kathy dice a Joe di vivere con un amico ma lui non ha dubbi, la donna sta mentendo: “Tu vivi sola”.
A casa di Kathy, Joe inizia a riflettere, cerca di ricostruire i fatti, cerca di collegare i nomi delle persone che conosce alla Cia. Cerca disperatamente una via d’uscita. Kathy lo teme, ma ne è evidentemente anche attratta: crede davvero che sia nei guai, anche se dubita che la Cia sia in grado di occultare degli omicidi.
La donna, una solitaria fotografa, è attesa dal suo compagno in montagna per una fuga romantica. Joe la lega e la imbavaglia, prende la sua macchina e va all’appartamento dell’amico ucciso durante il recupero per mettere in guardia sua moglie. E’ qui tutto cambia: in ascensore Joe si trova faccia a faccia con il killer (un inquietante Max Von Sydow) che il pubblico riconosce dalla terribile scena del massacro iniziale. Joe avverte in pericolo e con uno stratagemma gli sfugge. Torna da Kathy e continua ad elaborare un piano servendosi ancora una volta delle tecniche che ha appreso dalla lettura di “innocui” romanzi gialli. E si avvicina una delle sequenze più cariche di emozione di tutto il film:
Joe costringe Kathy a rispondere al telefono e a mentire al suo amante perché questi non la cerchi più. Il loro dialogo lascia trasparire la solitudine della donna, la monotonia, la sottile infelicità e la malinconia che si nascondono nella sua vita. Forse l’arrivo di Joe ha risvegliato qualcosa, perché quando Kathy gli chiede “Che vuole da me?”, lui le risponde: “Fermare tutto per un attimo, dimenticare tutto per quel che resta di questa notte” e le si lascia cadere nelle sue braccia.
La regia del film è formale, precisa, classica. La fotografia dipinge una New York tentacolare che nasconde un pericolo ad ogni angolo di strada. Gli elementi classici del film di spionaggio ci sono tutti, dalla “sindrome di Stoccolma” che fa trascorrere una notte d’amore a Kathy e al suo “sequestratore” e che trasforma la donna in una complice del rapitore, fino ai cliché dell’abbigliamento e dei travestimenti: il killer con trench, cappello e guanti neri di pelle, il fuggitivo in jeans e giacca con il collo rialzato, l’assassino travestito da postino. Dai film di Hitchcock alle avventure di 007, la tradizione della spy-story viene seguita alla lettera dal regista Sydney Pollack, che trae questo film dal best-seller di James Grady “I sei giorni del condor”. Ma questa volta c’è qualcosa di nuovo.
Fino all’uscita de I tre giorni del condor le spie si muovevano su uno scenario ambiguo in cui le alleanze e i complotti erano solo accennati, oppure facevano capo alle alte sfere della malavita. Pollack e Redford cambiano le cose raccontando il coinvolgimento di un’agenzia governativa in affari poco chiari, mettendo in scena i rapporti della Cia con i killer a pagamento e con le nazioni straniere.
La teoria della cospirazione, fomentata dagli assassinii politici degli anni ’60 e dagli scandali pubblici degli anni ’70, è ormai una realtà. Le proteste contro la guerra in Vietnam e il sensazionalismo giornalistico hanno incrinato l’incrollabile fede del popolo americano nel sistema che regge “il Paese delle opportunità”. Niente è più sicuro, nessuno è davvero affidabile. “C’è del marcio nella Cia, lo dicevo io”: Joe scopre solo la punta di un iceberg che affonda le proprie radici nella corruzione e nell’opportunismo, nei giochi di alleanza che fanno capo ad un solo, grande padrone: il denaro. Il vicedirettore Higgins, interpretato da uno strepitoso Cliff Robertson, dice a Joe che la Cia fa “delle ipotesi”, immagina cosa succederebbe se quello che viene scritto nei romanzi divenisse realtà.
I tre giorni del condor gioca attorno ad una di queste ipotesi, che Joe ha identificato in un romanzo con una distribuzione sospetta e legato al mondo mediorientale. Il “rapporto” redatto da Joe su questo testo viene citato in continuazione fino alla conclusione, in cui si rivela come fonte di tutti i guai. Gli spettatori non ne restano affatto sorpresi: fin dal principio il personaggio di Joe appare abbastanza intelligente e accattivante da far intuire che il suo lavoro può andare ben oltre la semplice analisi di testi scritti.
Joe è un anticonformista, che arriva in ritardo e fa infuriare la guardia di sicurezza perché usa le entrate secondarie… salvandosi inconsapevolmente la vita. E’ spaventato, sa di essere solo “uno che legge libri” ma al tempo stesso si muove nel mondo delle spie come se lo avesse sempre fatto. Tanto che gli viene proposto un “lavoro” molto particolare, diventare un assassino a pagamento, un assassino che può pregiarsi di una “filosofia di vita” semplice e definitiva: nessuna domanda sul perché, si chiede solo “quando” e soprattutto “quanto”; non c’è bisogno di sposare nessuna causa, basta avere fede in se stessi… e alla fine c’è sempre qualcuno che paga.
Ma Joe non è della stessa pasta dei suoi avversari, è disposto a correre il rischio di dover fuggire per il resto della sua vita in attesa del giorno in cui “una persona che conosce lo avvicinerà sorridendo, magari durante una bella giornata di primavera. Scenderà dall’auto ma lascerà lo sportello aperto” e Condor comprenderà di essere stato tradito. Ma nemmeno questo spaventoso scenario futuro può fermare Joe, ancora fedele ai princìpi del suo Paese, ancora devoto a libertà e verità, pronto a rischiare la vita affidando la sua storia a qualcuno che potrebbe renderla pubblica e far crollare un’imponente organizzazione criminale protetta dallo Stato.
Potrebbe. “Ne sei sicuro?” gli chiede infatti Higgins mentre Joe si allontana. Il Condor sembrava sicuro del corso degli eventi, ma ora qualcosa nella sua espressione lascia trasparire il dubbio. Un dubbio che non verrà mai risolto, perché su quella espressione un fermo immagine chiude il film.
E’ un finale aperto, un’altra novità per il genere: la giustizia non necessariamente trionferà. Rimane la speranza ma sono gli uomini a determinare il corso degli eventi. Corruzione, paura, minacce: tutti elementi che possono fare la differenza, anche nel Paese delle grandi opportunità. L’America, dopo I tre giorni del condor, non è più la stessa.

LA SCHEDA DEL FILM
Titolo originale: Three days of the Condor
Anno: 1975
Regia: Sydney Pollack
Produzione: Dino De Laurentiis, Stanley Schneider
Sceneggiatura: (dal romanzo di James Grady “I sei giorni del condor”) Lorenzo Semple Jr. e David Rayfiel
Cast: Robert Redford (Joe “Condor” Turner), Faye Dunaway (Kathy Hale), Max Von Sydow (Joubert), Cliff Robertson (Higgins), Michael Kane (Wicks), Addison Powell (Leonard Atwood)
Note: David di Donatello (1976) a Sydney Pollack, nomination all’Oscar per il miglior montaggio (Don Guidice)

SPY STORY FRA FINZIONE, REALTA’ E PARODIA
La tradizione dei film di spionaggio risale principalmente alla fine degli anni ‘20, quando il film giallo diede origine a questo fortunato sottogenere. L’età dell’oro della spy-story, lunga e prosperosa, coincide con gli anni ’50 e ’60, in cui “spionaggio” era sinonimo di due grandi filoni: i capolavori del maestro del thriller, Alfred Hitchcock, e la saga senza tempo di 007, oltre naturalmente a tutti gli adattamenti dallo scrittore John Le Carré.
Dopo l’innovazione de I tre giorni del condor il genere si è rivolto sempre più verso la direzione intrapresa da Pollack: la teoria del complotto. Cinema e tv hanno iniziato ad interessarsi costantemente al fenomeno con la produzione di storie nuove o la rielaborazione di tematiche classiche.
Oggi la spy-story, genere sempreverde al cinema, imperversa anche sul piccolo schermo, dalle teorie del complotto dell’agente Mulder (David Duchovny) di X-Files alle strabilianti peripezie della spia doppiogiochista Sydney Bristow (Jennifer Garner) in Alias.
Il cinema reiventa i classici in prodotti come “Spy Game” (2001) di Tony Scott, in cui Robert Redford torna a vestire i panni di un agente della Cia omaggiando uno dei ruoli che gli ha portato più fortuna, approfondisce gli spunti di Pollack in prodotti come Ipotesi di complotto (1997), con Mel Gibson e Julia Roberts, trasforma Geena Davis in un killer governativo in Spy (1997) e continua a celebrare, oltre a James Bond, l’agente segreto Jack Ryan, che in Giochi di potere (1992) aveva il volto di Harrison Ford.
Non va poi dimenticato il nutritissimo filone della parodia, dalle Spie come noi di John Landis (1985) alle operazioni sotto copertura di Frank Drebin (Una pallottola spuntata, 1988), fino alle True Lies di James Cameron (1994) in cui Arnold Schwarzenegger, scoperto dalla moglie dopo 17 anni di menzogne sul suo lavoro, non può che ammettere, candidamente: “Che posso dire… sono una spia”.
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