"Il suo nome in codice è Condor. Nelle prossime 24 ore, tutti quelli di cui si fida cercheranno di ucciderlo".
Joe Turner (Robert Redford) lavora come impiegato presso l’American Literary Historical Society. E’ un dipendente della
Cia incaricato di leggere il maggior numero di libri, periodici e quotidiani per scovare eventuali minacce contro il governo.
La sua vita scorre tranquilla insieme ai colleghi dell’ufficio fino a
quando, mentre Joe è fuori per comprare il pranzo ai colleghi, qualcuno
fa irruzione in ufficio e compie un
massacro.
Al suo ritorno, lungo come un’interminabile, silenziosa sequenza
interrotta solo dal rumore delle macchine e dei computer ancora in
funzione, Joe scopre che tutti i suoi amici sono stati uccisi. Sotto
shock, Joe prende una pistola dal cassetto della donna all’ingresso ed
esce. Ogni persona che incontra gli sembra sospetta, Joe – è evidente –
non ha mai avuto tanta
paura in vita sua.
Da una cabina pubblica chiama il numero di emergenza della Cia, e dà il suo
nome in codice: Condor.
Gli risponde una voce impersonale, che gli dà fredde istruzioni: non
tornare a casa, evitare tutti i posti abituali, ritelefonare più tardi.
Da questo momento Joe sa di essere braccato da chi ha ucciso tutti i
suoi colleghi e attende istruzioni dai suoi superiori per farsi
recuperare e mettersi in salvo. Ma
non si fida di nessuno,
e sembra avere ragione: durante l’operazione di recupero qualcosa va
storto, un suo amico viene ucciso e Joe stesso viene accusato
dell’omicidio. “È un omosessuale, un fallito, è ricattabile? Però può
anche essere innocente.
Ma allora perché non è venuto da noi?” si chiedono stupidamente i suoi
superiori. Alla fine i vertici della Cia concludono che la strage è
stata organizzata dallo stesso Joe e gli danno la caccia. In preda al
panico, Joe fa tesoro di tutto ciò che ha letto nei
romanzi di spionaggio e inizia una corsa contro il tempo. Sequestra una donna all’uscita del negozio: la bella
Kathy
(Faye Dunaway) gli offrirà un riparo sicuro, almeno per il tempo
necessario a decidere cosa fare. Kathy dice a Joe di vivere con un
amico ma lui non ha dubbi, la donna sta mentendo: “Tu vivi sola”.

A casa di Kathy, Joe inizia a riflettere, cerca di ricostruire i fatti,
cerca di collegare i nomi delle persone che conosce alla Cia. Cerca
disperatamente una via d’uscita. Kathy lo teme, ma ne è evidentemente
anche attratta: crede davvero che sia nei guai, anche se dubita che la
Cia sia in grado di occultare degli omicidi.
La donna, una solitaria fotografa, è attesa dal suo compagno in
montagna per una fuga romantica. Joe la lega e la imbavaglia, prende la
sua macchina e va all’appartamento dell’amico ucciso durante il
recupero per mettere in guardia sua moglie. E’ qui tutto cambia: in
ascensore Joe si trova
faccia a faccia con il killer (un
inquietante Max Von Sydow) che il pubblico riconosce dalla terribile
scena del massacro iniziale. Joe avverte in pericolo e con uno
stratagemma gli sfugge. Torna da Kathy e continua ad elaborare un piano
servendosi ancora una volta delle tecniche che ha appreso dalla lettura
di “innocui” romanzi gialli. E si avvicina una delle sequenze più
cariche di emozione di tutto il film:
Joe costringe Kathy a rispondere al telefono e a mentire al suo amante
perché questi non la cerchi più. Il loro dialogo lascia trasparire la
solitudine
della donna, la monotonia, la sottile infelicità e la malinconia che si
nascondono nella sua vita. Forse l’arrivo di Joe ha risvegliato
qualcosa, perché quando Kathy gli chiede “Che vuole da me?”, lui le
risponde: “Fermare tutto per un attimo, dimenticare tutto per quel che
resta di questa notte” e le si lascia cadere nelle sue braccia.
La
regia del film è formale, precisa, classica. La fotografia
dipinge una New York tentacolare che nasconde un pericolo ad ogni
angolo di strada. Gli elementi classici del film di spionaggio ci sono
tutti, dalla “sindrome di Stoccolma” che fa trascorrere una notte
d’amore a Kathy e al suo “sequestratore” e che trasforma la donna in
una complice del rapitore, fino ai cliché dell’abbigliamento e dei
travestimenti: il killer con trench, cappello e guanti neri di pelle,
il fuggitivo in jeans e giacca con il collo rialzato, l’assassino
travestito da postino. Dai film di
Hitchcock alle avventure di
007, la tradizione della spy-story viene seguita alla lettera dal
regista Sydney Pollack, che trae questo film dal best-seller di James
Grady “I sei giorni del condor”. Ma questa volta c’è qualcosa di nuovo.
Fino all’uscita de
I tre giorni del condor le spie si
muovevano su uno scenario ambiguo in cui le alleanze e i complotti
erano solo accennati, oppure facevano capo alle alte sfere della
malavita. Pollack e Redford cambiano le cose raccontando il
coinvolgimento di un’agenzia governativa in
affari poco chiari, mettendo in scena i rapporti della Cia con i killer a pagamento e con le nazioni straniere.
La
teoria della cospirazione, fomentata dagli assassinii
politici degli anni ’60 e dagli scandali pubblici degli anni ’70, è
ormai una realtà. Le proteste contro la guerra in Vietnam e il
sensazionalismo giornalistico hanno incrinato l’incrollabile fede del
popolo americano nel sistema che regge “il Paese delle opportunità”.
Niente è più sicuro, nessuno è davvero affidabile. “C’è del marcio
nella Cia, lo dicevo io”: Joe scopre solo la punta di un iceberg che
affonda le proprie radici nella corruzione e nell’opportunismo, nei
giochi di alleanza che fanno capo ad un solo, grande padrone: il
denaro. Il vicedirettore Higgins, interpretato da uno strepitoso Cliff
Robertson, dice a Joe che la Cia fa “delle ipotesi”, immagina cosa
succederebbe se quello che viene scritto nei romanzi divenisse realtà.
I tre giorni del condor gioca attorno ad una di queste ipotesi,
che Joe ha identificato in un romanzo con una distribuzione sospetta e
legato al mondo mediorientale. Il “rapporto” redatto da Joe su questo
testo viene citato in continuazione fino alla conclusione, in cui si
rivela come fonte di tutti i guai. Gli spettatori non ne restano
affatto sorpresi: fin dal principio il personaggio di Joe appare
abbastanza intelligente e accattivante da far intuire che il suo lavoro
può andare ben oltre la semplice analisi di testi scritti.
Joe è un
anticonformista, che arriva in ritardo e fa infuriare
la guardia di sicurezza perché usa le entrate secondarie… salvandosi
inconsapevolmente la vita. E’ spaventato, sa di essere solo “uno che
legge libri” ma al tempo stesso si muove nel mondo delle spie come se
lo avesse sempre fatto. Tanto che gli viene proposto un “lavoro” molto
particolare, diventare un assassino a pagamento, un assassino che può
pregiarsi di una “filosofia di vita” semplice e definitiva: nessuna
domanda sul perché, si chiede solo “quando” e soprattutto “quanto”; non
c’è bisogno di sposare nessuna causa, basta avere fede in se stessi… e
alla fine c’è sempre qualcuno che paga.
Ma Joe non è della stessa pasta dei suoi avversari, è disposto a
correre il rischio di dover fuggire per il resto della sua vita in
attesa del giorno in cui “una persona che conosce lo avvicinerà
sorridendo, magari durante una bella giornata di primavera. Scenderà
dall’auto ma lascerà lo sportello aperto” e Condor comprenderà di
essere stato tradito. Ma nemmeno questo spaventoso scenario futuro può
fermare Joe, ancora
fedele ai princìpi del suo Paese, ancora
devoto a libertà e verità, pronto a rischiare la vita affidando la sua
storia a qualcuno che potrebbe renderla pubblica e far crollare
un’imponente organizzazione criminale protetta dallo Stato.
Potrebbe. “Ne sei sicuro?” gli chiede infatti Higgins mentre Joe si
allontana. Il Condor sembrava sicuro del corso degli eventi, ma ora
qualcosa nella sua espressione lascia trasparire il dubbio. Un dubbio
che non verrà mai risolto, perché su quella espressione un fermo
immagine chiude il film.
E’ un
finale aperto, un’altra novità per il genere: la
giustizia non necessariamente trionferà. Rimane la speranza ma sono gli
uomini a determinare il corso degli eventi. Corruzione, paura, minacce:
tutti elementi che possono fare la differenza, anche nel Paese delle
grandi opportunità. L’America, dopo
I tre giorni del condor, non è più la stessa.
LA SCHEDA DEL FILM
Titolo originale: Three days of the Condor
Anno: 1975
Regia: Sydney Pollack
Produzione: Dino De Laurentiis, Stanley Schneider
Sceneggiatura: (dal romanzo di James Grady “I sei giorni del condor”) Lorenzo Semple Jr. e David Rayfiel
Cast: Robert Redford (Joe “Condor” Turner), Faye Dunaway (Kathy Hale),
Max Von Sydow (Joubert), Cliff Robertson (Higgins), Michael Kane
(Wicks), Addison Powell (Leonard Atwood)
Note: David di Donatello (1976) a Sydney Pollack, nomination all’Oscar per il miglior montaggio (Don Guidice)
SPY STORY FRA FINZIONE, REALTA’ E PARODIA
La tradizione dei film di spionaggio risale principalmente alla fine degli
anni ‘20,
quando il film giallo diede origine a questo fortunato sottogenere.
L’età dell’oro della spy-story, lunga e prosperosa, coincide con gli
anni ’50 e ’60, in cui “spionaggio” era sinonimo di due grandi filoni:
i capolavori del maestro del thriller,
Alfred Hitchcock, e la saga senza tempo di
007, oltre naturalmente a tutti gli adattamenti dallo scrittore
John Le Carré.
Dopo l’innovazione de
I tre giorni del condor il genere si è
rivolto sempre più verso la direzione intrapresa da Pollack: la teoria
del complotto. Cinema e tv hanno iniziato ad interessarsi costantemente
al fenomeno con la produzione di storie nuove o la rielaborazione di
tematiche classiche.
Oggi la spy-story, genere sempreverde al cinema, imperversa anche sul
piccolo schermo, dalle teorie del complotto dell’agente
Mulder (David Duchovny) di
X-Files alle strabilianti peripezie della spia doppiogiochista
Sydney Bristow (Jennifer Garner) in
Alias.
Il cinema
reiventa i classici in prodotti come “Spy Game” (2001)
di Tony Scott, in cui Robert Redford torna a vestire i panni di un
agente della Cia omaggiando uno dei ruoli che gli ha portato più
fortuna, approfondisce gli spunti di Pollack in prodotti come
Ipotesi di complotto (1997), con Mel Gibson e Julia Roberts, trasforma Geena Davis in un killer governativo in
Spy (1997) e continua a celebrare, oltre a James Bond, l’agente segreto Jack Ryan, che in
Giochi di potere (1992) aveva il volto di Harrison Ford.
Non va poi dimenticato il nutritissimo filone della
parodia, dalle
Spie come noi di John Landis (1985) alle operazioni sotto copertura di Frank Drebin (
Una pallottola spuntata, 1988), fino alle
True Lies
di James Cameron (1994) in cui Arnold Schwarzenegger, scoperto dalla
moglie dopo 17 anni di menzogne sul suo lavoro, non può che ammettere,
candidamente: “Che posso dire… sono una spia”.