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"La vita è un telefilm", in libreria
Il "gran giorno" è arrivato: dal 30 aprile 2008 è disponibile in libreria "La vita è un telefilm", il libro firmato da me e da Leo Damerini (autore de Il Dizionario dei Telefilm e Direttore Artistico del Telefilm Festival). Si tratta di una raccolta di oltre 2000 frasi tratte da quasi 300 diverse serie tv che hanno fatto la storia del piccolo schermo. Le frasi sono suddivise in circa 300 categorie, per facilitare la consultazione e per rendere più gradevole la lettura del volume: quasi 400 pagine di battute, perle di saggezza, citazioni di telefilm nei telefilm, verità più o meno assolute sui grandi temi della vita. Di seguito riporto il comunicato stampa, in cui troverete maggiori dettagli sulle serie presenti nel libro, sull’organizzazione del volume e – soprattutto – sullo scopo di questa pubblicazione: affermare, una volta per tutte (in caso ce ne fosse ancora bisogno) che i telefilm, nel loro “piccolo”, possono cambiarci la vita… 
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Come ti ammazzo la serie (parte 1) PDF Stampa E-mail
Scritto da Chiara   
giovedì, 06 settembre 2007 00:00
In alcuni casi è piuttosto facile: basta una serie mediocre, un po’ sopravvalutata dal pubblico, in cui si ripongono troppe speranze che poi vengono deluse. Allora, un titolo che avrebbe potuto diventare davvero cult si risolve in un nulla di fatto. Succede. Le delusioni ci sono, in tv come nella vita. Ma certe altre volte bisogna proprio darsi da fare per costruirle. E in Italia siamo specialisti del settore: riusciamo con nonchalance a trasformare delle serie da urlo in prodotti di cui il grande pubblico si accorge appena. La ricetta del nostro “successo” non è difficile: bastano un lancio pubblicitario assente, o peggio ancora deviante rispetto alla vera natura della serie, una collocazione errata all’interno del palinsesto e il consueto balletto di giorni, orari, numero di episodi… Facciamo un esempio…
Limitandoci ai casi più clamorosi e, possibilmente, recenti. 24. Una serie strepitosa. Una serie che definire “cinematografica” è riduttivo. Una serie in cui recitazione, dialoghi, montaggio, regia, fotografia e colonna sonora si fondono alla perfezione, costruendo una tensione sempre crescente e creando il mito: Jack Bauer. In Italia noi fortunati abbonati Fox l’abbiamo vista in anteprima e ce ne siamo subito innamorati. La collezioniamo in DVD e siamo perfino andati alle maratone cinematografiche (come quella organizzata a Milano) per fare “il pieno” di 24. E non vedevamo l’ora di poter condividere il nostro entusiasmo con amici e parenti, una volta annunciato il passaggio della serie in chiaro, ovvero l’arrivo sulla tv terrestre. Ma no. Era troppo bello per essere vero. Rete 4 cosa fa? Debutta nell’indecisione (domenica sera, sabato, due episodi, tre episodi…). Sposta, salta, aumenta e diminuisce il numero degli episodi. La gente è stanca, non ce la fa fino all’una di notte se il giorno dopo deve lavorare. La gente molla. E, giustamente, molla del tutto: se ti perdi un episodio di 24, tanto vale che lasci perdere l’intera stagione. Così ti ritrovi a sentire tutti che ti dicono: “Mah, sì, ben fatta, ma non vedo poi tutto questo ritmo”. Per forza. 7 minuti di Jack Bauer e 10 minuti di pubblicità. Ammazzerebbe il ritmo a chiunque.
Gli esempi, ahinoi, simili a questo sono moltissimi. Arrested Development “bruciata” con l’orrendo titolo italiano di “Ti presento i miei” allo scopo di attirare il pubblico e poi… Una collocazione improponibile: la mezzanotte del lunedì. E poi del mercoledì. E poi ancora del lunedì. Capiamoci: cambiano il titolo per inventarsene di sana pianta uno più accattivante, che fa il verso al film con Robert De Niro, e poi scelgono una collocazione di palinsesto improponibile. Quello che mi preoccupa di più è che probabilmente ci hanno anche pensato su, a queste scelte. Lo stesso trattamento riservato, sempre da Italia 1, anche a My Name Is Earl, altra sit-com da non perdere. Adesso, poi, siamo nella fase “va di moda la pausa”, così ci propongono le mezze stagioni, però poi quando la serie é in onda fanno 3 episodi alla volta, 2 volte alla settimana, come se non vedessero l’ora di “farla fuori”. Logiche che a questo punto stento a credere siano motivate dalla legge dell’auditel. Perché, al di là del fatto che l’auditel, per come la penso io, è tutto fuorché una fonte di dati REALISTICI, non può esistere uno spettatore, anche solo uno, che spinga una rete ad una programmazione del genere. E allora siamo onesti: non parliamo di spettatori, parliamo di sponsor e facciamola finita…
(Continua: nei prossimi giorni, la seconda parte

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