Se non vi piace Scrubs, ci può essere una sola ragione: non l’avete mai visto. O non avete mai visto un episodio come-si-deve, ovvero dall’inizio alla fine. E possibilmente a partire dall’episodio pilota, che personalmente avrò visto più di venti volte, senza esagerare, e nonostante questo ancora riesce a farmi ridere.  Perché Scrubs è una di quelle rare serie che si rivedono all’infinito, senza annoiarsi mai. Anzi: quando c’è da ridere, si ride puntualmente, ogni volta, così come si fa quando c’è da piangere. Anche se Scrubs è “solo” una sit-com, ovvero un genere televisivo che per definizione (una definizione “vecchia”, in realtà, non più applicabile alle sit-com contemporanee) propone - cito testualmente - “situazioni autoconclusive, in cui i personaggi non subiscono evoluzioni o mutamenti e la situazione di arrivo è pressoché identica a quella di partenza”. Un genere televisivo che di solito non viene mai associato a serie in grado di regalare forti emozioni o dialoghi di grande qualità. Mai definizione fu più errata. Scrubs presenta una costante evoluzione di personaggi e situazioni, a cui aggiunge un ritmo estremamente dinamico e carico di emozioni diverse, contrastanti eppure perfettamente in grado di convivere restituendo un armonioso quadro d’insieme.
Bill Lawrence, trentottenne già dietro le quinte di Spin City e La tata, ha creato un universo televisivo a sé stante in cui comicità e riflessioni sulle tematiche più attuali si alternano attraverso un eccellente equilibrio. Scrubs racconta la storia di un gruppo di giovani medici specializzandi all’Ospedale Sacro Cuore: John “J.D.” Dorian (Zach Braff) , il suo migliore amico Chris Turk (Donald Faison) e la bella (e imbranata!) Elliot Reid (Sarah Chalke) intraprendono insieme un’avventura che li porterà a diventare medici di ruolo. Medici quotidianamente pronti a prendere decisioni che possono costare la vita ai loro pazienti e al tempo stesso medici pronti a scherzare su ogni cosa, dando voce a quel… fanciullino che ciascuno porta dentro di sé. J.D. e Turk, amici di vecchia data, fanno parte di quella generazione cresciuta a telefilm (ah, gli anni ’80…), videogiochi e fumetti che si sono trasformati in termini di paragone. Le esperienze dell’infanzia e dell’adolescenza dei protagonisti diventano temi ricorrenti nelle loro esperienze adulte: il sapore di certi ricordi (canzoni, film, telefilm…) non si dimentica mai. E, soprattutto, fa parte di ciò che siamo e di come affrontiamo la vita ogni giorno. J.D. e Turk si capiscono al volo perché hanno condiviso molto e perché, in fondo, sono come due facce della stessa medaglia. Anzi, sono solo una parte della “grande medaglia” costituita dall’insieme dei personaggi principali, tutti accuratamente caratterizzati e tutti costruiti perché ciascuno risulti complementare rispetto agli altri. Il “quartetto” dei protagonisti, composto da J.D. e Turk insieme a Elliot e a Carla (Judy Reyes) già di per sé ci regala un ritratto dei principali “tipi” umani: fra insicurezze, manie, fobie, ostentazioni, ideali e convinzioni varie, ce n’è davvero per tutti i gusti. Tutti possiamo riconoscerci in ciascuno di loro, o almeno in un “pezzetto” di loro: una piccola mania, un modo di fare, un atteggiamento. Se poi al quartetto aggiungiamo tutti gli altri – a cominciare dall’impareggiabile dottor Cox (John G. McGinley) – allora il quadro è davvero completo. Il diabolico primario, il dottor Bob Kelso (Ken Jenkins), l’avvocato Ted (Sam Lloyd), l’Inserviente (Neil Flynn) e il mitico “maniaco”, il Todd (Robert Maschio) ci regalano una carrellata di casi… simpaticamente disperati. Impossibile resistere alle loro nevrosi, così come è impossibile restare indifferenti di fronte ai loro momenti più difficili. Il clima, al Sacro Cuore, è di quelli un po’ surreali: fra pazienti e personale, è piuttosto difficile trovare personaggi che potremmo definire “normali”. Del resto, nessuno avrebbe seguito per 6 anni – anzi, 7 visto che le stagioni totali di Scrubs saranno ufficialmente 7– una serie basata sulla normalità. Scrubs dà libero sfogo a quel pizzico di divertente follia che tutti vorremmo nella nostra vita, e “azzarda” un passo in più: inserire quella follia in un ambiente serio e drammatico come un ospedale (ambiente in cui il dramma regna sovrano: 13 stagioni di E.R. l’hanno dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio). In ogni episodio di Scrubs assistiamo all’originale storia di uno o più pazienti, seguiamo gli sviluppi nei rapporti fra i vari personaggi e scopriamo qualcosa di nuovo su di loro, sul loro passato o sulle loro piccole, segrete manie. Scrubs ci permette di sbirciare tutto dei nostri eroi: ne condividiamo le visioni, i sogni ad occhi aperti, gli incubi, le fantasie, i ricordi… Il team di autori che Lawrence ha costituito nel 2001 è riuscito a metterci davvero in contatto con i personaggi, probabilmente anche grazie ad un eccellente lavoro di casting. Definire “sensazionale” il gruppo di attori che recitano in Scrubs non è assolutamente azzardato. McGinley, Jenkins e Braff – su tutti – guidano un gruppo che restituisce, anche attraverso il filtro della tv, l’immagine di una grande famiglia. Una famiglia di cui anche noi possiamo entrare a far parte ogni volta che (ri)vediamo un episodio di Scrubs. Perché dopo una dura giornata di lavoro non c’è niente di meglio che “staccare la spina” per una ventina di minuti, godendoci le irresistibili battute di J.D, Turk, Elliot, Carla, Cox… Provare per credere. |
Scritto da Visitatore il 2007-10-07 02:26:18 Grandissimo Scrubs. Uno dei migliori serial commedia degli ultimi anni! |
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