
In Italia eravamo già negli anni ’90 (
The Next Generation arrivò da noi solo nel 1991), ma era dal 1987 che
Picard guidava il suo equipaggio, a bordo della nuova Enterprise, attraverso incredibili avventure che conquistarono il pubblico fin dall’inizio. Dopo lo strepitoso (e inatteso) successo di
Star Trek con quella che oggi viene comunemente definita
“la serie classica” (1966-1969),
Gene Roddenberry nella seconda metà degli anni ’70 iniziò ad impegnarsi affinché la Paramount gli concedesse di produrre un nuovo ciclo di telefilm per il capitano Kirk. Non riuscendo pienamente nel suo intento, Roddenberry ottenne però il via libera per la realizzazione di un film per il grande schermo e nel
1973 vede la luce
Star Trek – The Motion Picture, diretto da
Robert Wise. Il successo del progetto è incoraggiante, così Roddenberry continua ad adoperarsi per lavorare alla saga e dopo altri 3 film riesce finalmente a ottenere l’okay per la “nuova generazione”.
Il 28 settembre 1987 gli Stati Uniti si fermano per seguire il doppio episodio pilota di Star Trek: The Next Generation. Pochi minuti dopo la fine della messa in onda… La serie è già entrata di diritto nella storia e si prepara a dar vita a 7 fortunate stagioni, che nel giro di pochi anni faranno il giro del mondo.
The Next Generation arriva in tv in un contesto socio-politico e culturale completamente diverso da quello che aveva accolto la serie classica: nella seconda metà degli anni ’80 gli Usa vivevano l’era di
Reagan, l’era post-Vietnam, l’era post-femminismo. Inutile dire che per adeguarsi ai tempi fu necessario apportare delle modifiche sostanziali anche all’interno dell’Enterprise: rimpolpare la presenza femminile sul ponte di comando, renderla più “credibile” (via le vertiginose minigonne di Uhura e via alla più discreta tuta intera di
Deanna Troi), aumentare il numero dei protagonisti per creare una maggiore varietà e concentrarsi sul problema dell’integrazione assegnando a razze aliene o androidi compiti rilevanti. Insomma: la nuova generazione viene studiata a tavolino e funziona alla perfezione. Il tiro viene aggiustato man mano che vengono prodotti gli episodi, e gli errori corretti strada facendo… Togliendo di mezzo, per esempio, il personaggio del tenente
Tasha Yar (Denise Richards) dopo soli 23 episodi. L’ufficiale responsabile della sicurezza esce tragicamente di scena in seguito all’attacco di una mostruosa creatura aliena… Con gran sollievo della maggior parte degli spettatori. Delitti degli sceneggiatori a parte,
The Next Generation procede senza intoppi grazie a diversi fattori. Innanzitutto i personaggi, come il tenente Worf (Michael Dorn), ufficiale Klingon sul ponte di comando che ha il merito di farci conoscere più a fondo una delle razze aliene più popolari di tutto l’immaginario trek, e
Data (Brent Spiner)
moderno Pinocchio che sogna di diventare umano e, grazie al famigerato “chip emozionale”, non solo in parte realizza il suo sogno, ma riesce anche a puntare l’attenzione su una serie di interessanti problematiche etico-morali. Poi, ovviamente, c’è lui, Picard, uno dei capitani più amati della saga: risoluto ma ragionevole, amichevole ma professionale, riflessivo ma giusto. Una figura estremamente complessa, costruita con furbizia sfruttando quel fascino europeo (nella serie è francese, ma l’attore che lo interpreta è inglese) che tanto piace all’America… E al resto del mondo. Picard, che guida l’Enterprise attraverso le battaglie più dure senza mai vergognarsi di mostrare le proprie umane debolezze, è affiancato dal suo Primo Ufficiale, l’affascinante comandante
William Riker (Jonathan Frakes), soprannominato
“Numero 1”. Riker è molto più simile a Kirk di quanto non lo sia Picard: come il “vecchio” capitano è affascinante, spesso coinvolto in situazioni più o meno “serie” con le donne, e preferisce affidarsi ad eloquenti sguardi magnetici piuttosto che a lunghi discorsi…
La carrellata dei personaggi, insomma, è completa di tutto. Deanna Troi (Marina Sirtis), consigliere di bordo sentimentalmente legata a Riker, viene investita del ruolo di amica-confidente degli altri protagonisti grazie alla sua dolcezza e alla capacità di comprensione (empatica, trattandosi di una betazoide), doti che però sanno lasciare il posto alla risolutezza quando necessario. Il cast principale viene completato dalla dottoressa
Beverly Crusher (Gates McFadden) e da
Geordi La Forge (LeVar Burton), con il quale Roddenberry aveva (dichiaratamente) voluto introdurre anche un non vedente fra i protagonisti per sottolineare il proprio impegno verso la tematica, in generale, della “diversità”. Oltre al cast principale, The Next Generation vanta una serie di comprimari che negli anni si sono guadagnati un posto nel cuore dei fans di Start Trek: dalla centenaria
Guinan (Whoopi Goldberg), saggia responsabile del bar di prora, al versatile Miles O’Brien (Colm Meaney); da Wesley Crusher (Wil Wheaton), che vediamo crescere nel corso delle varie stagioni, all’alieno (prima terribile, poi dispettoso e infine… spassoso) Q (John De Lancie), che sicuramente fra i migliori personaggi mai creati per Star Trek.
Insomma: un cast coi fiocchi dà vita ad una schiera di personaggi con i fiocchi, il che – in una serie tv – è già un ottimo punto di partenza. Altro elemento fondamentale, ovviamente, sono le storie, la continuità temporale e le sceneggiature: “problema” risolto in partenza grazie all’esistenza di un universo già ben strutturato, sul quale si integrano man mano nuovi concetti. Concetti fondati sul rispetto, la tolleranza (ma senza farsi mettere i piedi in testa) e la necessità di fondare tutto su ciò che può salvare gli esseri umani: la conoscenza, lo scambio culturale, la capacità di aprire la propria mente. A questo punto, in puro stile anni ’80, non restava che aggiungere qualche piccolo tocco di classe che aiutasse cast e trame a dare il meglio di sé. Qualche segno di modernità che celebrasse il futurismo del decennio e segnasse una linea di confine rispetto alla serie classica (The Next Generation è ambientata circa 80 anni dopo). Ecco quindi comparire una scenografia studiata nei minimi dettagli e infarcita di piccoli o grandi elementi tecnologici che contribuiscono in maniera determinante a farci sognare un futuro come quello che si vive a bordo dell’Enterprise: replicatori (puri e semplici “produttori di magia”, altro che Harry Potter…), teletrasporto, comunicatori di nuova generazione e infine lui, il mondo dei desideri: il
Ponte Ologrammi. È questa la vera grande novità tecnologica di The Next Generation: una semplice stanza che trasforma i sogni, qualunque sogno, in una realtà tangibile, capace a volte di prendere una direzione autonoma… Creando memorabili guadi all’equipaggio dell’Enterprise.
La nuova generazione di Star Trek, insomma, ci faceva sognare più di quanto non avesse fatto quella guidata dal capitano Kirk. Ancora oggi, seguendo i nostri eroi al bar di prora, crocevia multirazziale e multiculturale che ricorda inequivocabilmente i bar (malfamati, ma chiudiamo un occhio…) di Guerre stellari, non possiamo evitare di chiederci come sarebbe avere a disposizione teletrasporto, replicatori, Ponte Ologrammi. Non possiamo fare a meno di interrogarci sul nostro futuro, perché Star Trek ha il merito di farci riflettere mentre ci intrattiene. E, soprattutto, ha il merito di ricordarci che non sono esattamente i Borg, il futuro di cui dobbiamo aver paura: siamo noi. I Borg siamo noi: del resto, non è un caso che i nemici più temibili, spietati e senza coscienza visti fino all’arrivo di The Next Generation siano una chiara metafora dell’essere umano “disumanizzato” da un uso sbagliato della tecnologia e guidato dalla sete di potere e dall’ambizione (la “perfezione”). È quindi vero che Star Trek TNG ci faceva sognare, ma è anche vero che ci ammoniva: “Attento a ciò che desideri”…