
Se il confine fra cinema e tv è sempre più sottile, tanto da risultare impercettibile, e se autori da Oscar (come
Alan Ball) decidono di dedicarsi al piccolo schermo, ci sarà un motivo! E il motivo deve essere valido se perfino una leggenda del cinema come
Sidney Lumet (
Quel pomeriggio di un giorno da cani, Serpico) ha deciso di ritornarci (sì, perché nel ‘48 aveva esordito proprio in tv con la serie
Studio One).
Lumet firma
100 Centre Street, serie che ruota attorno al tribunale di
Manhattan. Le storie di avvocati, criminali, uomini ingiustamente accusati, giudici e portaborse si intrecciano nelle aule e nei corridoi di un tribunale che ne vede di tutti i colori, tutti i giorni. Ne è testimone il giudice
Rifkind (Alan Arkin), noto per essere tanto liberale da essersi guadagnato un soprannome come “Let-em-go-Joe” (qualcosa come “Joe-lasciali-andare”). Ed è proprio la decisione di lasciar andare uno dei criminali sottoposti al suo giudizio che mette l’inconsapevole Rifkind nelle condizioni di scatenare una serie di disastrosi eventi. Fortunatamente non sono tutti come lui: il giudice
Attallah Sims (LaTanya Richardson), per esempio, è decisamente più ferma nelle sue decisioni. Interessanti sono anche le reazioni di
Bobby Esposito (Joseph Lyle Taylor) e
Cynthia Bennington (Paula Devico), due avvocati che provengono da ambienti completamente diversi e si trovano a confrontarsi molto spesso proprio a causa delle loro origini e della loro formazione.
In ogni episodio ci sono diversi temi che emergono dalle vicende rappresentate. La passione per la legge (e le sue violazioni) affiora costantemente e la perizia di Lumet è fuori discussione: se c’è qualcuno che è in grado di far appassionare il pubblico ad un court drama, quello è lui. Se non ci credete, riguardatevi
La parola ai giurati.
Anche l’altra importante anteprima di
Fox Crime ruota attorno al tema della giustizia. O meglio… dell’ingiustizia. The
Exonerated – Colpevole fino a prova contraria, è un film per la tv tratto dall’omonima pièce teatrale, a sua volta ispirata ad una storia vera. È proprio questo a colpirci, mentre assistiamo alle toccanti performances di un cast eccezionale: è tutto vero.
Sei persone sono state condannate a morte. Hanno trascorso anni (o addirittura decenni) nel braccio della morte. Le loro famiglie e i loro cari ne hanno sofferto. L’opinione pubblica li ha bollati come ‘mostri’. Hanno atteso con disperata rassegnazione il momento della loro esecuzione… E poi sono stati rilasciati, con un nuovo verdetto: non colpevoli. Li vediamo comparire, accanto agli attori che li hanno interpretati, alla fine di
The Exonerated. Vediamo i loro volti segnati dal dolore, gli occhi profondi e pieni di tristezza che riescono comunque a dar vita ad uno sguardo fiero. Tutti loro hanno deciso di mettere le loro tragedie personali al servizio del prossimo, perché il sistema ammetta di non essere infallibile e perché la gente sappia quanto poco basti a rovinare per sempre una o più vite.
I dialoghi vengono dagli atti processuali o dalle dichiarazioni degli stessi ex condannati. Ogni particolare è stato accuratamente studiato, e la scelta di concentrarsi sui protagonisti, senza nessuna azione o scenografia, si rivela funzionale allo scopo: impossibile non rimanere toccati da The Exonerated.
Per mettere in scena il dolore e la fierezza di queste sei persone, il regista-attore
Bob Balaban (
Capote, Oz) ha scelto un cast davvero eccezionale:
Aidan Quinn, Susan Sarandon, Danny Glover, Brian Dennehy, Delroy Lindo e David Brown Junior hanno già (ampiamente) dimostrato, in passato, di avere talento. Ma per stare seduti, immersi in uno sfondo buio, senza uno straccio di scenografia o di effetto, raccontando un’esperienza che nessuno di noi può immaginare… Beh, bisogna essere davvero bravi. E loro lo sono davvero. Tutti.